Nuova fuga di rifugiati, affetti da scabbia, da un centro di accoglienza. In totale dieci persone, che hanno viaggiato fino a Roma nonostante la certificazione che attestava la patologia, oggi ufficialmente ricercate anche se nessuno - a partire dagli agenti - nutre troppe speranze: «Scappano per evitare l’identificazione - racconta chi segue il caso - dove li andiamo a recuperare?». Già il terzo caso nel giro di altrettante settimane, nella Capitale, dove ora si teme il contagio. Questa nuova ondata di arrivi, 120 immigrati sbarcati mercoledì pomeriggio a Pozzallo, è stata comunicata all’ufficio Immigrazione della Questura quando il pullman aveva già imboccato l’autostrada in direzione Roma. Nessuna informazione aggiuntiva - paese di provenienza, età, condizioni di salute - se non la comunicazione del centro di accoglienza in cui sarebbero stati alloggiati, a Guidonia alla periferia della Capitale. La «sorpresa» era invece già scritta nero su bianco: «Si certifica che i migranti - si legge nella nota dei medici di Pozzallo - in assenza di esami diagnostico-strumentali non presentano segni di malattie infettive o contagiose» mentre «i pazienti enumerati nella lista allegata sono stati diagnosticati con scabbia ed hanno effettuato il primo trattamento». Cioè, non solo sui 120 migranti non sono stati effettuati esami approfonditi, ma alcuni di loro - complessivamente 40 persone - hanno viaggiato già consapevoli di essere affetti da scabbia. Di questi, si è detto, 10 si sono allontanati nel centro di Guidonia, stando alle informazioni degli agenti privo di un presidio sanitario fisso, già nel primo pomeriggio di ieri, mentre non si esclude che anche i compagni che hanno trascorso assieme a loro le ultime 12 ore siano stati a loro volta contagiati. In 20 sono stati alloggiati a Pisoniano, alla periferia di Roma, e altri 50 a Colleferro. Si tratta del terzo episodio in poche settimane. Il 25 aprile, ricordiamo, tre richiedenti asilo di nazionalità somala ospitati nel centro per minori di Villa Spada in zona Fidene dove erano stati segnalati 14 casi di scabbia, si sono allontanati durante la notte con addosso ancora la tuta blu della struttura. Solo tre giorni fa, invece, dei 70 rifugiati destinati al Camping Tiber sulla Tiberina solo una ventina si sono presentati all’ufficio Immigrazione, in tre poi ricoverati in ospedale per sospetta tubercolosi. Il nodo resta quello dell’identificazione: non solo i richiedenti asilo sempre più spesso rifiutano di farsi riconoscere tramite le impronte digitali, acconsentendo al massimo a una foto inutile sotto il profilo investigativo, ma la «tattica» della fuga, dal centro di accoglienza o in qualunque altra fase del trasferimento a partire dall’autogrill nel quale fanno sosta, crea nuovi invisibili che sballano anche ogni censimento ufficiale del Viminale. Improvvisazione e rischi sanitari che gli agenti del Siulp continuano a denunciare: «L’attuale apparato dell’ufficio Immigrazione - incalza il segretario generale Saturno Carbone - non è assolutamente idoneo a sostenere la mole di lavoro che giornalmente si riversa su quella struttura: il minimo che si possa fare è cercare di trasferire almeno 20 persone per ridurre, anche se di poco, i rischi di un possibile contagio e il carico di lavoro dei colleghi».
Altri 10 malati di scabbia liberi a Roma
Nuova fuga di profughi "infetti" appena trasferiti nella periferia della Capitale E gli agenti tornano a denunciare i rischi sanitari: "Troppa improvvisazione"
