Politica

“Una buona scuola è una scuola libera”

Il filosofo Dario Antiseri sulla riforma Renzi-Giannini: "Giusta la detrazione per le paritarie, ma attenzione a dare troppi poteri ai presidi"

Sindacati di nuovo uniti, aule vuote, insegnanti e studenti in piazza. Il mondo della scuola mette in discussione la “bontà” scritta nel nome della riforma Renzi-Giannini. Nello stupore del premier, che ha detto di far fatica a comprendere le ragioni di uno sciopero per un intervento che garantirà 100mila assunzioni in un colpo solo, il fronte del malcontento va oltre e sottolinea, con la mobilitazione odierna, che nel provvedimento sulla “Buona scuola” c’è molto altro. Si parla, a vari livelli, di una riforma che aumenterà le disuguaglianze territoriali e tra istituti, scritta sui bisogni dei privati, dettata da un progetto di aziendalizzazione e impoverimento delle scuole pubbliche, a tutto beneficio delle scuole paritarie o di quelle sponsorizzate dai privati. Oggetto del contendere è l’idea di un’istruzione di qualità riservata ai ricchi, secondo chi oggi manifesta contro il ddl, dettata da alcune previsioni come la possibilità di stanziare il 5 per mille a singoli istituti (e non già alla scuola pubblica nel suo complesso), come lo “school bonus” che introduce un credito d’imposta del 65% per chi decide di elargire donazioni alle scuole, e, soprattutto, la possibilità di una detrazione fiscale fino a 400 euro all’anno per le rette pagate da chi iscrive i figli alle paritarie. Una scelta censoria, che avrà l’effetto di avvantaggiare gli istituti privati o quelli frequentati dai figli dei ceti più abbienti, secondo i sindacati. Una scelta ancora troppo debole, invece, una “miseria”, secondo Dario Antiseri, filosofo di fama internazionale (sul suo manuale di storia della filosofia scritto con Giovanni Reale, il mitico “Antiseri-Reale”, hanno studiato generazioni di studenti di tutto il mondo: è stato tradotto perfino in Cina), una vita intera a spiegare e divulgare il pensiero di Karl Popper in lungo e in largo. Ha pubblicato da poco un saggio che più attuale non si può: “Il «buono-scuola» per una «buona scuola»” (Rubbettino, 67 pp.), in cui difende a spada tratta l’idea che debba essere lo Stato a fornire alle famiglie un voucher per poter iscrivere i figli nelle scuole che preferiscono, “a tutto favore proprio dei meno abbienti”. Il professore sposta l’attenzione dal problema del finanziamento delle scuole a quello della libertà di scelta educativa: “Si tratta di ripensare il sistema dell’istruzione da un regime di monopolio statale sostanziale a un regime di piena competizione e concorrenza. È la situazione attuale che crea disuguaglianze. E invece siamo schiavi dell’idea che è buono solo ciò che pubblico ed è pubblico solo ciò che è statale. Nel resto d’Europa le scuole libere sono ben finanziate, da noi sempre demonizzate”. Succede anche adesso con gli slogan dello sciopero contro la riforma Renzi-Giannini… “Voglio dire prima di tutto che la scuola di Stato è un bene prezioso che va salvato e protetto. Protetto, però, soprattutto dallo statalismo sciupone e inefficiente. Senza parità economica, la parità giuridica tra scuole è solo un inganno ricco di nefaste conseguenze. Ciò che serve è proprio una libera competizione tra istituti, che farebbe innalzare il livello complessivo dell’offerta formativa. La scienza progredisce in una serrata competizione tra idee, la democrazia in quella tra partiti e proposte politiche, l’economia di mercato in quella tra merci e servizi. La competizione è uno strumento da cui scoprire il nuovo per scegliere il meglio. E questo vale anche per la scuola. La questione del libero insegnamento è stata difesa, tra gli altri, anche da Gramsci. E poi da Antonio Rosmini, Bertrand Russell, Gaetano Salvemini, don Sturzo, Luigi Einaudi, John Stuart Mill, Tocqueville”. Non vede il rischio che si possa rafforzare una distinzione tra scuole di “Serie A” e scuole di “Serie B”? “No. Perché oggi i più ricchi scelgono gli istituti privati, peraltro pagando due volte: la retta e le tasse per le scuole statali di cui non si servono. Quindi davvero se lo possono permettere in pochi. Diceva Salvemini che lo Stato ha il dovere di educare bene i miei figli se scelgo di iscriverli a una scuola pubblica, ma non ha il diritto di impormi una scuola pubblica che funziona male. Ecco, è grave che i cittadini debbano pagare così a caro prezzo per un pezzo di libertà, che è una delle più importanti, perché ha a che fare con la formazione dei nostri figli. Non a caso le scuole confessionali sono nate come scuole per i poveri. Sono diventate scuole per signori con l’ingigantirsi del monopolio pubblico dell’istruzione. Con l’introduzione del buono scuola, l’accesso alle scuole private sarebbe possibile anche per chi oggi non può permetterselo. Questo significa che i genitori saranno liberi di scegliere la scuola che ritengono la migliore per i loro figli, indipendentemente da vincoli economici. Si creerebbe quindi un clima di libera competizione che innalzerebbe il livello di tutte le scuole, sia statali che non statali”. Un’altra obiezione è che misure di questo tipo sono incostituzionali, perché comportano oneri per lo Stato vietati dall’articolo 33. E sempre si sottolinea che l’impiego di fondi pubblici per l’istruzione privata è inconcepibile quando nelle scuole statali manca perfino la carta igienica. “La mia idea è quella di un sistema di istruzione unitario, come quello paventato da Berlinguer. Ma la verità è che le scuole paritarie hanno fatto risparmiare allo Stato ben 50 miliardi in dieci anni. Ogni studente delle statali costa all’Italia più di 6mila euro, per le paritarie poco più di 400”. Nodo del contendere è anche quello dei nuovi poteri dei dirigenti scolastici (“presidi-sceriffi”, come dicono i sindacati) che potranno dare premi in denaro agli insegnanti e soprattutto sceglierli dagli albi territoriali. “I nostri insegnanti sono davvero maltrattati, i meno pagati d’Europa. Il problema c’è. Anche in questo caso è quello della competizione e del merito: chi ci assicura che saranno solo le qualifiche e le qualità dei docenti a determinare le scelte che farà il preside-manager? In questo caso ricorderei l’importanza della collegialità nelle scuole, simili poteri potevano essere dati agli organi collegiali”. Chi protesta parla di scuole asservite alle esigenze delle imprese, anche negli orientamenti della didattica. “Il rischio che vedo è quello della continua minaccia dello smantellamento del nostro sapere più prezioso. Nei sistemi scolastici di non pochi Paesi occidentali, gli studi umanistici, l'arte e persino la storia e la filosofia vengono eliminati per lasciar posto a competenze che mirano a vantaggi a breve termine, come fossero sapere superfluo. È una follia, un principio che va contro le battaglie che combatto da una vita, una via da seguire se vogliamo ottenebrare le menti. La filologia o la storiografia sono scienze proprio come la fisica. Ma c’è di più. Le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, non basta la tecnica a renderci civili. Proprio su questo ho scritto da poco un libro con Alberto Petrucci (Sulle ceneri degli studi umanistici. Orde di servi alla frusta di nuovi barbari) in cui spieghiamo, come sostenuto da Martha Nussbaum e dal premio Nobel Edmund Phelps, che anche il sistema economico, per funzionare bene, ha bisogno di creatività e di pensiero critico.”

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