Politica

La ricetta delle toghe: «Depenalizzare»

Proposta all’inaugurazione dell’anno giudiziario alla Suprema Corte: novità da attuare LEGGI ANCHE Incubo furti e rapine

Le denunce sulla corruzione che «offusca l’immagine del nostro Paese», l’allarme per una giustizia al collasso, le richieste al governo di interventi urgenti e da tempo invocati. Sullo sfondo, una sirena che continua ad ammaliare e stuzzicare: la depenalizzazione. Nel quadro lucido e accorato sulla stato della giustizia italiana dipinto ieri per l’inaugurazione dell’anno giudiziario dai vertici della Cassazione è tornata a fare capolino lei, la panacea a costo zero per il governo e indolore per le toghe, tanto da valere al ministro Orlando - tra appelli e doglianze - una delle rare carezze della giornata dagli ermellini di piazza Cavour. A picchiare di nuovo sul tasto è stato il procuratore generale della Suprema Corte Gianfranco Ciani, come già aveva fatto nelle ultime due relazioni inaugurali. «Giacciono ormai da anni progetti completi per una depenalizzazione intelligente di molti reati. È giunto il momento di attuare tali progetti», ha detto Ciani, «incrementando l’area opportunamente potenziata quanto a strumenti dell’illecito amministrativo». «Pur nella doverosa attesa dei decreti delegati», ha aggiunto il pg, «la depenalizzazione di cui alla legge 28 aprile 2014 rappresenta un primo, seppur ancor timido, passo in tale direzione». Un buffetto d’incoraggiamento al guardasigilli, dopo le sferzate che in precedenza erano arrivate dal primo presidente della Cassazione Giorgio Santacroce. «Per smaltire le cause arretrate e accelerare i processi», ha detto, «non sono sufficienti riforme a costo zero», ma servono «investimenti in risorse umane e strumentali». Una sferzata accompagnata dall’allarme sul rischio collasso per la Cassazione. «Servirebbero tre anni e quattro mesi solamente per smaltire le cause arretrate», ha detto il primo presidente che ha anche denunciato come siano rimaste «pressoché inascoltate le reiterate richieste di interventi legislativi» che «definiscano i casi di ricevibilità del ricorso per cassazione». Immancabile l’accenno alle indagini giudiziarie che hanno scandito il 2014. Per Santacroce ripropongono «l’esigenza di una lotta alla corruzione che non sia soltanto di tipo repressivo ma sia tale da impedire, con idonei strumenti preventivi di controllo, il prodursi di accadimenti che offuscano gravemente l’immagine del nostro Paese anche a livello internazionale». Di una corruzione «dilagante» ha parlato anche il pg Ciani, che tra le misure di contrasto ha definito «necessaria» la reintroduzione del falso in bilancio con perseguibilità d’ufficio. Concordi, i due magistrati, anche nello stigmatizzare le concessioni al protagonismo individuale di alcuni colleghi. «Alcuni pm hanno dimostrato un eccesso di debolezza nei confronti delle lusinghe dell’immagine, della popolarità e soprattutto della politica», ha detto il procuratore generale Ciani, spingendosi a chiedere sulla questione «un tempestivo intervento del legislatore». A tratti amaro e sconsolato l’affondo autocritico del presidente Santacroce: la magistratura dopo "Mani pulite", ha detto nella sua relazione, ha iniziato «una parabola discendente», con la «disaffezione» dei cittadini per le «credenziali mortificanti» che esibisce, come i processi lumaca e il degrado delle carceri, ma a questa crisi di fiducia concorrono anche le «frequenti tensioni e polemiche» soprattutto tra pm e «forme di protagonismo, cadute di stile e improprie esposizioni mediatiche». Anche se per Ciani gli scontri interni (evidente all’accenno a quello tra Bruti Liberati e Robledo in seno alla procura di Milano) «non hanno inciso sull’efficacia della loro azione nel contrasto».

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