Stragi del '92

Scarpinato asfaltato da De Luca: «Regia preventiva con Natoli»

All'Antimafia le rivelazioni su inchieste fuorvianti e concertazione di testimoni

Suona come un atto d’accusa contro l’ex procuratore di Palermo e attuale senatore del Movimento 5 Stelle, Roberto Scarpinato. La Procura di Caltanissetta e i decreti del gip Santi Bologna mettono in fila una serie di condotte a dir poco sorprendenti: la delegittimazione pubblica del giudice che ha archiviato il dossier «mafia-appalti», la concertazione preventiva di testimonianze, domande e memorie con l’indagato Gioacchino Natoli e la conduzione di un’inchiesta fuorviante avviata in violazione dell’articolo 11 del codice di procedura penale. È quanto è emerso ieri in commissione Antimafia nel corso dell’audizione del procuratore capo di Caltanissetta, Salvatore De Luca, sulle stragi del 92.

Infruttuosi, sembrano essere stati i tentativi di sbarramento messi in atto a Palazzo San Macuto dai parlamentari M5S, Federico Cafiero De Raho e Michele Gubitosa, in quanto ribattuti, punto per punto, da De Luca. Il primo affondo riguarda la reazione di Scarpinato al decreto di archiviazione sul dossier mafia-appalti firmato da Bologna. Non accettando il verdetto giudiziario, il senatore grillino ha diffuso in rete un video di durissimo attacco e non solo contro il provvedimento. E così De Luca ha censurato la sortita senza mezzi termini: «Ciò che è intollerabile è che si attacchi il giudice. Questo è un salto di livello sproporzionato». Il procuratore di Caltanissetta ha ricordato come Bologna sia un «giudice non schierato» e terzo, evidenziando l’ipocrisia di un attacco portato con «una virulenza che poche volte si era vista in passato» proprio da chi si era sempre proclamato paladino dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura.

Il capitolo più pesante riguarda la mole di intercettazioni telefoniche, sottolineata da De Luca, a carico dell’ex magistrato Gioacchino Natoli. I colloqui tra Natoli e Scarpinato, quest’ultimo ieri in collegamento con Palazzo San Macuto, rivelerebbero una fitta regia preventiva prima dell’audizione di Natoli in Antimafia. La diagnosi di De Luca è una pietra tombale: «Il dottore Scarpinato e il dottore Natoli hanno concordato tutto. Quale doveva essere il contenuto della memoria del dottore Natoli che doveva essere depositata. Che cosa doveva dire il dottore Natoli...».

La Procura ha bollato l’operazione come un vero e proprio «inquinamento probatorio ad ampio raggio», poiché la Commissione dispone di poteri d’inchiesta paralleli a quelli della magistratura. Al centro della trama concordata, a detta di De Luca, vi è la ricostruzione della riunione del 14 luglio 1992 alla procura di Palermo, dove i due volevano far credere che si fosse discusso dell’archiviazione di «mafia-appalti». Una versione definita «depistante» dal gip Bologna e smentita dai verbali del Csm del 1992 desecretati nel 2022.

Altro duro colpo è la disamina sull’indagine condotta da Scarpinato su Stefano Delle Chiaie. De Luca ha chiarito la sua celebre formula: l’espressione «zero tagliato» descrive l’inconsistenza di quell’inchiesta svolta «in violazione di legge articolo 11» sulla competenza funzionale e condotta «con funzione notarile», limitandosi a raccogliere a verbale dichiarazioni dopo trent’anni senza muovere alcuna contestazione.

Sullo sfondo resta il dossier «mafia-appalti», un affare da «1000 miliardi (lire, ndr) di finanziamento» con cui Cosa Nostra «si siede al tavolo» della politica per stabilire «le regole del gioco» in un patto di «denaro e potere a braccetto». E i contorni inquietanti sulla Procura palermitana dell’epoca, richiamati da De Luca: la «movimentazione immobiliare, 24 immobili acquisiti dalla famiglia Pignatone» e l’ammissione dello stesso Pignatone su una somma «pagata in nero» al boss di Passo di Rigano. Fatti definiti dalla Procura «più che idonei per diffondere in Cosa Nostra la valutazione che certi magistrati erano avvicinabili», contribuendo a isolare e sovraesporre mortalmente Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Prima di chiudere la seduta, la presidente Colosimo ha chiesto se «pressioni, silenzi, false informazioni e depistaggi» abbiano rafforzato la decisione di Cosa Nostra di uccidere Paolo Borsellino. La risposta di De Luca è stata articolata ma «soddisfacente» per Colosimo. «I depistaggi sono stati per lo più successivi e quindi non hanno una diretta refluenza sulla strage», ma rappresentano il segno di «un meccanismo a monte» che coinvolgeva «anche settori deviati dello Stato».

Il procuratore ha escluso di avere prove di una partecipazione dolosa alle stragi, ma ha aggiunto che alcuni comportamenti e rapporti interni alla Procura finirono per «sovraesporre e isolare Falcone e Borsellino». E ha concluso con una eloquente metafora: «Se io sono il muro basso e traballante e l’unico che fa il suo dovere è un altro magistrato, la mafia a chi viene a sparare?».

Forza Italia e Fratelli d’Italia, intanto, convergono sulla richiesta che Scarpinato lasci la commissione e si presenti come audito. Il senatore azzurro Maurizio Gasparri, componente dell’organismo, sostiene che De Luca «ha demolito la credibilità di personaggi eretti a narratori di verità da Scarpinato e dalle trasmissioni televisive come “Report”», e chiede a Pignatone di spiegare pubblicamente perché abbia pagato in parte in nero acquisti immobiliari «confessandosi davanti alla magistratura evasore fiscale». L’audizione, aggiunge, conferma l’importanza dell’inchiesta «mafia-appalti», «fondamentale concausa delle stragi».

Per i componenti di FdI le parole di De Luca sono «un grave atto d’accusa e una severa lezione verso i cosiddetti “professionisti dell’Antimafia”»; i parlamentari M5S, aggiungono, si sono presentati per trasformare l’audizione in un interrogatorio dei pm nisseni, facendo «la difesa d’ufficio di un convitato di pietra», come rilevato dalla stessa Colosimo.

Più dura la deputata Sara Kelany: «Giuseppe Conte non può più restare in silenzio di fronte a questo scempio». Scarpinato, secondo l’esponente di FdI, avrebbe usato il ruolo parlamentare «per pilotare i lavori della commissione, ostacolare la presidente e inquinare le prove di un’indagine sull’eccidio di Paolo Borsellino».

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