Manifestare è sacrosanto, saccheggiare è reato. È una differenza che dovrebbe essere elementare in ogni democrazia matura. E lacaratura di una democrazia si misura anche dalla maturità delle opposizioni.
Eppure dopo le manifestazioni dei giorni scorsi il dibattito politico si è avvitato: da una parte il centrodestra chiede alle opposizioni una condanna inequivocabile delle violenze, dall’altra il centrosinistra si dissocia con il «ma». E dentro quel ma è racchiusa tutta la difficoltà del campo largo ancora impantanato a pochi mesi dal voto. Senza un programma condiviso, senza una leadership, senza una visione sostenibile di un’alternativa. Allora si cavalca il caos delle piazze per trovare nuova linfa per attaccare il governo.
Il fenomeno è chiaro e Schlein l’ha ribadito: «Non si vince al centro, si vince a sinistra». Lo dice nella speranza di togliere voti a Conte, non considerando che con questo spostamento d’asse il rischio è di mettersi in mano a realtà che di politico hanno ben poco e di scatenare una corsa alla conquista di un bacino che si potrebbe rivelare un deserto in termini di voti.
Nel frattempo le istanze di chi manifestava in maniera pacifica svaniscono non tanto di fronte a una vetrina in frantumi, che comunque è un danno verso altri cittadini (perché non ci sono solo le multinazionali), quanto di fronte al nulla cosmico di chi prende a pretesto una manifestazione per giocare a Gta nella vita reale. Sandro Ruotolo ci spiega che «ridurre tutto a un problema di ordine pubblico significa non comprendere il malessere profondo che attraversa il Paese». Ma è davvero così difficile capire che il malessere è quello di chi è sceso in piazza, di chi ha bloccato le strade con il proprio tir, e che quelli che fanno guerriglia urbana non esprimono niente se non violenza? Mistero della fede, nel frattempo però «Piantedosi venga in Aula».
Anche Giuseppe Conte ha definito «assolutamente inaccettabili» le devastazioni nel centro di Milano, tranne poi parlare di rabbia generazionale. La rabbia c’è, non ci sono dubbi, ma la sinistra cade nella trappola di volerla interpretare. L’unica rabbia da interpretare è quella di chi ha sfilato in maniera pacifica. Chi lancia pietre, incendia cassonetti o spacca le vetrine non ha niente da chiedere, non saprebbe nemmeno formularla una richiesta, vogliono il caos, sfogare degli istinti primordiali. Se Conte fa il pompiere Ricciardi fa l’incendiario e prende sì le distanze ma dal governo, «da voi e dalla vostra violenza quotidiana». E Piantedosi? «Venga in aula».
Anche Fratoianni e Bonelli di Avs hanno riconosciuto che prendere le distanze e condannare le violenze è «giusto e sacrosanto». Poi hanno aggiunto: «Definire maranza un’intera generazione è trasformare il disagio sociale in stigma etnico». Confondere i maranza che per definizione sono «giovani che appartengono a gruppi di strada rumorosi, caratterizzati da atteggiamenti spavaldi, linguaggio volgare e un abbigliamento vistoso» con i figli di immigrati che vivono una marginalizzazione è un abbaglio. Dentro l’insieme di maranza c’è di tutto, ci sono anche gli italiani, non sono un attore politico e non hanno nessuna battaglia da portare avanti. Nessun diritto da rivendicare se non quello al caos.
Da Avs non poteva mancare il contributo di Ilaria Salis che tuona contro il «governo post-fascista» che non garantisce la sicurezza tranne poi lanciare l’allarme sullo «Stato di polizia» che l’esecutivo starebbe mettendo in campo. L’eurodeputata si chiede: «Quale sarà il prossimo passo? Licenza di sparare sulla folla in stile Bava Beccaris?». Ma la scelta può mai essere fra la guerriglia urbana e gli spari sulla folla?
Una democrazia matura non impone di scegliere tra giustizia sociale e legalità, le deve pretendere entrambe. Si può contestare il governo, chiedere salari migliori, denunciare il carovita e scendere in piazza ogni giorno, ma non si può pretendere che tutto questo giustifichi un’aggressione o una devastazione. Comprendere le cause del disagio giovanile è indispensabile per prevenirlo ma non può diventare un modo per relativizzare le conseguenze delle azioni di chi sceglie la violenza.
Manifestare è un diritto sacrosanto. Saccheggiare è un reato. E le opposizioni, se vogliono essere all’altezza del proprio ruolo, devono saperlo dire senza aggiungere un «ma».
