Politica

Bossetti prega e legge il vangelo per Yara

A quattro anni dalla morte della Gambirasio la famiglia sceglie il silenzio Il presunto assassino in carcere: «Non posso confessare quello che non ho fatto»

Una preghiera per Yara. Non una provocazione per chi si professa credente, non una confessione per chi, da sempre, sostiene di essere innocente. Massimo Giuseppe Bossetti non ha mai smesso di rivolgere, in silenzio, una preghiera per sua presunta vittima. «È la scelta di un uomo credente, è il gesto di un padre di tre figli che, nel rispetto del dolore della famiglia Gambirasio, rivolge un pensiero di umana pietà verso chi non c'è più», e si racconta a chi gli sta accanto. Un assassino forse, una persona a cui va riconosciuta la presunzione di innocenza, «un uomo semplicemente, colpevole o innocente che sia» che non può smettere di pensare a Yara, scomparsa esattamente quattro anni fa. È il 26 novembre 2010 quando della 13enne ginnasta si perdono le tracce. Tre mesi di ricerche, poi il ritrovamento in un campo di Chignolo d’Isola e le lacrime per mamma Maura e papà Fulvio che oggi, per la prima volta dopo quattro anni, sanno chi è il presunto omicida. «Pregate per i figli di quell'uomo» avevano detto i genitori di Yara da sempre fedeli a una compostezza che non li ha mai fatto gridare al mostro. Bossetti, arrestato lo scorso 16 giugno, continua a dirsi innocente: «non posso confessare ciò che non ho fatto» ripete dietro le sbarre, e prega «per la sua famiglia, per i suoi figli, per chi non c'è più, perché possa tornare a casa, perché possano credere alla sua estraneità nell’omicidio». Legge il Vangelo insieme al cappellano del carcere, don Fausto Resmini, un aiuto per sopportare la detenzione, un supporto per dimenticare quel che racconta la stampa, un conforto per rileggere gli atti in cui la sua condotta è definita «riprovevole per la gratuità e superfluità dei patimenti cagionati alla vittima», per un'azione «efferata, rivelatrice di un'indole malvagia e priva del più elementare senso di umana pietà». Innocente fino a prova contraria, ma per chi viene additato come un mostro le regole degli uomini talvolta non si applicano «e la preghiera, rispettando il dolore della famiglia Gambirasio, resta l'àncora di un credente». A quattro anni dalla scomparsa di Yara Gambirasio, il primo con un presunto colpevole, Brembate di Sopra (Bergamo) ricorda la 13enne e la famiglia sceglie quella discrezione e quel silenzio che da sempre li hanno accompagnati. È il 26 novembre 2010 quando Yara esce dalla palestra e di lei si perdono le tracce. Sono le 18.30 quando lascia il centro sportivo, poi il buio la inghiotte lungo quei 700 metri che la separano da casa. Alle 18.49 il suo cellulare Lg nero - l'ultima cella che aggancia è quella di Mapello - viene spento per sempre. Tre mesi dopo, il 26 febbraio 2011, mamma Maura e papà Fulvio devono smettere di sperare: il corpo della loro bambina viene trovato in un campo abbandonato a Chignolo d'Isola, non lontano da quel cantiere di Mapello dove conduce il fiuto dei cani utilizzati per le ricerche. Un delitto che porta all'arresto del muratore Mohamed Fikri, presto rilasciato per una traduzione sbagliata. Ci vorranno oltre tre anni di indagini, migliaia di prelievi di Dna, per arrivare a identificare la traccia biologica sui leggings e sugli slip della vittima: «Ignoto 1», il figlio illegittimo di Giuseppe Guerinoni, morto nel 1999, è Massimo Giuseppe Bossetti arrestato il 16 giugno scorso con l'accusa di aver ucciso «con crudeltà» Yara. Sarà il ministro dell'Interno Angelino Alfano ad annunciare le manette per il presunto colpevole di un'indagine al contrario: prima la prova regina del Dna (un elemento tutto ancora da accertare per la difesa) e poi l'indagato.

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