"Non dire a Bersani che è conservatore se no s'incazza". Questa espressione dice tutto sulla difficoltà del Pd a restare unito. Si parla di un tema caldo: il lavoro. E' il giorno di chiusura. O dentro o fuori. Il jobs act si sottopone al voto definitivo della Camera con un giorno di anticipo. Tornerà in Senato, dove si presume sarà approvato entro il 9 dicembre, così come stabilito dall'agenda di Palazzo Madama. La legge deve tornare in Senato dopo il voto in commissione Lavoro dove sono stati approvati gli emendamenti frutto dell'accordo tra il governo e la minoranza Pd che puntava a ridimensionare la modifica dell'articolo 18. Come ampiamente detto, la commissione ha votato gli emendamenti che escludono la possibilità di reintegro per motivi economici, mentre si prevede la possibilità di tornare a lavoro a seguito di licenziamenti nulli e discriminatori. In più sono previsti il reintegro per alcune fattispecie legate al licenziamento disciplinare. Tutto, comunque, dovrà passare per "lo stretto" dei decreti attuativi che definiranno punto per punto i casi legati all'art.18. Renzi in un tweet: Grazie ai deputati che hanno approvato il #JobsAct senza voto di fiducia. Adesso avanti sulle riforme. Questa è #lavoltabuona — Matteo Renzi (@matteorenzi) 25 Novembre 2014 I malumori nel Pd. Gli animi sono tesi all'interno della maggioranza. In particolare tra le varie correnti del partito democratico. Gianni Cuperlo, Stefano Fassina, Rosy Bindi, il presidente della commissione Bilancio Francesco Boccia, Ileana Argentin, l'ex ministro Massimo Bray, Alfredo Dattorre, Davide Zoggia e Barbara Pollastrini. Sono alcuni dei 29 deputati del Pd che alla fine hanno espresso la loro contrarietà al jobs act uscendo dal'Aula della Camera. "Abbiamo apprezzato l'impegno della commissione Lavoro e riconosciuto i passi avanti compiuti su singole norme", ma, spiegano in una dichiarazione, "l'impianto complessivo del provvedimento rimane non convincente. La parte che dovrebbe allargare diritti e tutele è tuttora generica e senza risorse: il disboscamento della giungla dei contratti precari viene rinviato a valle di una ricognizione da svolgere in tempi indefiniti e senza identificare obiettivi impegnativi; alla riforma delle politiche attive e passive per il lavoro, in particolare l'avvio di ammortizzatori sociali per gli esclusi, il cardine del provvedimento, si dedicano solo 200 milioni di euro a fronte della promessa dote iniziale di 1,5 miliardi per il 2015". E poi "si cancella la possibilità del reintegro per chi viene licenziato senza giustificato motivo mentre si prevede un canale per specifiche, ma ancora indefinite, fattispecie di violazioni disciplinari". Ma ciò che preoccupa gli esponenti del Pd è "il cedimento culturale all'idea che la libertà di impresa coincida con vincoli da abolire per consentire finalmente il diritto di licenziare". Area Dem era pronta a disertare l'Aula. Pippo Civati, come da annunci, ha votato contro. Con lui anche Stefano Fassina. Bersani che s'incazza se gli si dà del conservatore, assicura di aver votato sì, che voterà a favore, "per convinzione o per disciplina", a seconda delle parti della delega. Ma l'ex segretario democratico rivendica la necessità di "lasciare alla sensibilità di ciascuno" se seguire o meno le indicazioni di partito. "Tra il bicchiere mezzo pieno e quello mezzo vuoto, spiega ancora l'ex segretario Dem, ciascuno sceglie con la sua sensibilità". A margine di una riunione della minoranza Dem non si esclude l'ipotesi di un documento, per mettere nero su bianco le ragioni della scelta. Sarebbero comunque una trentina i deputati determinati a distinguersi dalla linea ufficiale. "Io sono per il voto contrario, ma quello che più mi preme è capire la qualità e la quantità del dissenso e non c'è alcun motivo per dividersi sulle modalità con il quale viene espresso", osserva Civati. Matteo Orfini, presidente del Pd, fa un appello in extremis ai dissidenti: "Abbiamo raggiunto una larghissima unità sul testo, spero che per rispetto della discussione fatta, dei cambiamenti apportati, del lavoro di ascolto reciproco e della nostra comunità, si voglia fare tutti un ultimo sforzo in Aula", aggiunge. Vuole unità. Diversamente per Gianni Cuperlo non ci sono le condizioni per il sì: "Noi non ci sentiamo di esprimere un voto favorevole su Jobs act", annuncia il deputato dem, che caldeggia l'ipotesi di non esprimere il voto sul testo. "Il punto a cui si è arrivati - sottolinea - non è soddisfacente. Il problema non è come licenziare, ma come assumere". L'incontro con la Fiom. Oggi un gruppo di 50 delegati e delegate della Fiom della Lombardia guidati dal segretario lombardo dell'organizzazione sindacale, Mirco Rota - in occasione della discussione parlamentare sul Jobs Act - è stata ricevuta presso la sede del gruppo di Sinistra Ecologia Libertà a Montecitorio. All'incontro hanno partecipato il coordinatore nazionale di Sel, Nicola Fratoianni, il responsabile lavoro Giorgio Airaudo, il capogruppo dei deputati Arturo Scotto e il relatore di minoranza Antonio Placido. Presenti anche alcuni esponenti della minoranza Pd critici con il provvedimento, da Gianni Cuperlo a Pippo Civati, a Stefano Fassina. Il segretario della Fiom Lombardia, Mirco Rota, che ha ringraziato Sel per l'opportunità creata, ha affermato: "iamo preoccupati e incazzati perchè la delega sul lavoro non fa il bene del Paese e non risponde ai problemi dei lavoratori. Parlare oggi di articolo 18 è un assurdo regalo alle imprese. Con il premier che dice di non voler parlare con i sindacati, come pensate che si comporteranno gli imprenditori?". Per Giorgio Airaudo, responsabile lavoro di Sel, "non è finita qui, la battaglia per cambiare segno al Jobs act continuerà. Non è con questa normativa che si crea lavoro in Italia. Oggi voteremo no per ricostruire i diritti nel mondo del lavoro e per riprendere la strada che oggi si interrompe dello Statuto dei lavoratori. È un provvedimento sbagliato che non affronta le emergenze del Paese per uscire dalla crisi".
Jobs Act, ok dalla Camera con 316 sì
Via libera al ddl delega, ora passa al Senato. Bufera nel Pd: Civati e Fassina contrari. Orfini richiama i suoi all'unità. L'Area Dem diserta l'Aula. La protesta del M5S GUARDA LE FOTO LEGGI ANCHE Come cambia il ddl
