Esulta per il due a zero del Pd e si schermisce quando qualcuno gli fa notare la scarsa affluenza. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi vede il bicchiere mezzo pieno, ossia la doppia vittoria del centrosinistra in Emilia Romagna e in Calabria, che fa seguito a quelle ottenute in Sardegna, Abruzzo e Basilicata. Tradotto: cinque a zero. Se a questo si aggiunge il 40,8% ottenuto dal Pd alle scorso elezioni europee il dato è chiaro: da quando è segretario dei Dem Renzi non ha mai perso un’elezione. In che modo abbia vinto è un altro discorso. Lui non se ne cura, ma i numeri sono incontrovertibili. In Emilia Romagna, ad esempio, il Pd in sei mesi ha perso quasi 700mila voti, 4.000 al giorno. Lo scollamento dai corpi intermedi prodotto dall’azione politica del premier ha fatto sì che lo zoccolo duro di sinistra vicino alla Cgil della Camusso, alla Fiom di Landini e alla minoranza ex Ds non sia andata a votare. A Bettola, paese di Bersani, l’astensionismo è schizzato a quota 77%. Insomma, la sinistra è rimasta a casa. Per contro in Calabria il Pd è riuscito ad attrarre migliaia di voti di centrodestra. Il cinque a zero di Renzi può dunque essere letto sotto diverse lenti. Il premier, per parte sua, tira diritto. «Negli ultimi otto mesi - spiega - abbiamo avuto cinque elezioni regionali e il Pd ha vinto cinque a zero. Oggi una persona normale dovrebbe esserne felice: un risultato importante in Emilia Romagna e in Calabria, che da oggi cambiano pagina». Renzi carica molto questo aspetto, a costo di apparire liquidatorio nei confronti di un dato inequivocabile: il numero dei votanti è crollato. L’affluenza è scesa al 44,07% (dal 59,26) in Calabria e al 37,67 (dal 68,06) in Emilia. «La non grande affluenza è un elemento che deve preoccupare ma che è secondario. Non tutti hanno perso: chi ha contestato le riforme può valutare il suo risultato. Il mio interesse non è mettere le bandierine ma affrontare i problemi degli italiani», è l’analisi di Renzi. Intanto, nemmeno le percentuali con cui i due neogovernatori del Pd hanno vinto (49,05% per Bonaccini e 61,40% per Oliverio) sembrano sortire effetti curativi sul malessere delle minoranze. Dice D’Attorre: «È un errore molto grave sottovalutare il dato dell’astensione. Questo errore è ancora più serio se lo commette il segretario del Pd e presidente del Consiglio. C’è una vasta area di sinistra che non si riconosce nell’indirizzo del partito».o Civati va per spicciole: «Chi rappresenta le istituzioni dovrebbe avere cura di chi non vota di più di chi va a votare». E quando Manuel Gotor scomoda l’Apollo 13 («Houston abbiamo un problema»), subito lo rintuzza Ernesto Carbone: «Che per Gotor sia un problema vincere è un dato di fatto che conoscevamo. Non è cattiveria, è che non è abituato». La discussione è appena cominciata e proseguirà il primo dicembre, in Direzione, convocata ieri proprio per analizzare il voto. L’aria sarà infuocata. «Quando si reca alle urne il 30% di elettori in meno - spiega Cuperlo, leader di Sinistra Dem - non ha senso dire che si tratta solo della reazione alle inchieste sui rimborsi. Contano l’offerta politica e il clima complessivo del Paese». Cuperlo sottolinea che «se si dice che si cambia l’Italia, non si può ignorare il messaggio esplicito delle urne. Quel cambiamento non trova un accordo esteso oltre i confini tracciati da una partecipazione al ribasso. L’idea che il consenso si possa basare sulla somma di componenti che si spostano da un lato all’altro degli schieramenti, ritenendo anticaglie le rappresentanze sociali e i corpi intermedi, è una visione semplificata della politica e della democrazia. Prima se ne prende atto meglio è». Francesco Boccia è netto: «Abbiamo perso tutti nella capacità di dare risposte ai cittadini. Ha perso tutta la politica».
È Renzi il vero leader del centrodestra
Il premier: cinque a zero per il Pd, il resto non conta. La minoranza Dem: sottovaluta il malessere degli elettori
