Politica

Vilipendio, oggi Storace rischia 5 anni di galera

Attesa la sentenza sull’«indegno» a Napolitano

Cinque anni per un «indegno». Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Perché è questa la condanna che rischia Francesco Storace per la parola rivolta a Giorgio Napolitano sette anni fa. Uno dei processi più controversi degli ultimi mesi arriva oggi a conclusione. Alle 13.30, nel tribunale di Roma, prenderà il via l’ultima udienza del procedimento che vede il leader de La Destra alla sbarra con l’accusa di vilipendio al Capo dello Stato. È prevista la requisitoria, le due arringhe e poi i giudici si chiuderanno in camera di consiglio. Il verdetto potrebbe arrivare nel giro di poche ore. A quel punto si saprà se Storace finirà in carcere per un reato che lo stesso Napolitano a più riprese ha giudicato da superare. L’ex governatore è stato chiaro. Se condanna sarà, lui non accetterà mezze misure. Non farà ricorso in appello e si presenterà autonomamente nel carcere più vicino. Lo ha confidato al suo avvocato, Giosuè Naso, che si è detto però sicuro dell’assoluzione. La grottesca vicenda merita di essere ripercorsa fin dall’inizio. Nel 2007 il governo Prodi si regge anche sull’apporto dei senatori a vita. Storace lancia la proposta di abolirli e sul suo blog compare un commento sulle «stampelle» da regalare a Rita Levi Montalcini. L’ex governatore non lo rimuove immediatamente e si diffonde la vulgata che sia stato lui a pronunciare la frase incriminata. Lo stesso Napolitano commenta la vicenda sostenendo che è «indegno cercare di intimorire la Montalcini». Storace replica che «indegno, semmai, è Napolitano». Il reato di vilipendio al Capo dello Stato prevede che la «pratica» sia avviata dal ministro della Giustizia. L’allora Guardasigilli Clemente Mastella non ci pensa su neanche due giorni e apre il fascicolo. A nulla vale quanto succede in seguito. E cioè la pace siglata ufficialmente da Storace e Napolitano, le richieste del Capo dello Stato di abolire quel reato, il fatto che nella miriade di casi successivi - «memorabile» il «boia» pronunciato dal deputato grillino Giorgio Sorial nei confronti di Napolitano - i vari ministri che si sono succeduti a via Arenula abbiano sempre preferito sorvolare, abolendo di fatto il reato. Per tutti, ma non per Storace. A vuoto è andato anche il tentativo del vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri, che ha presentato una proposta di legge per il cambiamento del reato di vilipendio, traducendola in emendamenti alla legge sulla diffamazione. «Ho assistito a un continuo ostruzionismo da parte del Pd» ha dichiarato Gasparri, «siamo arrivati al punto che la prima commissione non esprime il suo parere, necessario per proseguire l’esame di merito nella commissione Giustizia. Un partito può avere un’opinione contraria a una proposta di legge, ma non può deliberatamente impedirne la discussione. È sconcertante questo atteggiamento ancor di più se si pensa che appartiene al Pd anche il ministro della Giustizia Orlando, che non si avvale mai della facoltà di avviare procedimenti contro coloro che offendono quotidianamente il Capo dello Stato». Sarebbe stata difficile l’approvazione in tempo utile della legge, ma almeno l’esame del provvedimento avrebbe costituito una «moral suasion» sul tribunale. E invece le lancette hanno continuato a scorrere inesorabilmente. «Ma io resto ottimista - si sfoga Storace - perché non vedo come sia possibile che se tu dici indegno a me e io lo dica a te, il tuo sia un complimento e il mio un reato da cinque anni di galera». Oggi il verdetto.

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