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Sciascia a 25 anni dalla morte Riecco i «professionisti antimafia»

Leonardo Sciascia scrisse questo articolo su Il Corriere della Sera nel 1987. A 25 anni dalla morte dello scrittore ne ripropoiamo lo stralcio nelle parti della lucidissima analisi che va dall’antimaf...

Leonardo Sciascia scrisse questo articolo su Il Corriere della Sera nel 1987. A 25 anni dalla morte dello scrittore ne ripropoiamo lo stralcio nelle parti della lucidissima analisi che va dall’antimafia durante il fascismo fino alla nomina di Paolo Borsellino a procuratore a Marsala. Un atto d’accusa durissimo e attualissimo verso quei personaggi che fanno carriera con l’Antimafia, militante e non. A utocitazioni, da servire a coloro che hanno corta memoria o/e lunga malafede e che appartengono prevalentemente a quella specie (molto diffusa in Italia) di persone dedite all'eroismo che non costa nulla (...): 1) «Da questo stato d'animo sorse, improvvisa, la collera. Il capitano sentì l'angustia in cui la legge lo costringeva a muoversi; come i suoi sottufficiali vagheggiò un eccezionale potere, una eccezionale libertà di azione: e sempre questo vagheggiamento aveva condannato nei suoi marescialli. Una eccezionale sospensione delle garanzie costituzionali, in Sicilia e per qualche mese: e il male sarebbe stato estirpato per sempre. Ma gli vennero nella memoria le repressioni di Mori, il fascismo: e ritrovò la misura delle proprie idee, dei propri sentimenti... Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell'inadempienza fiscale, come in America. (...) (Il giorno della civetta, Einaudi, Torino, 1961). 2) «Ma il fatto è, mio caro amico, che l'Italia è un così felice Paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che già se ne è stabilita una in lingua... Ho visto qualcosa di simile quarant'anni fa (...) (A ciascuno il suo, Einaudi, Torino, 1966). Esibite queste credenziali (...) e dichiarato che la penso esattamente come allora, e nei riguardi della mafia e nei riguardi dell'antimafia, voglio ora dire del libro «La mafia durante il fascismo»,(...) di Christopher Duggan, giovane «ricercatore» dell'Università di Oxford e allievo dì Denis Mack Smith (...che scrive:) l'attenzione dell'autore è rivolta non tanto alla «mafia in sé» quanto a quel che « si pensava la mafia fosse e perché». (...) L'antimafia è stata allora strumento di una fazione, internamente al fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile. (...) Morale: (...) l'antimafia (va considerata) come strumento di potere. Che può benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando. (...) Prendiamo, per esempio, un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi (...) come antimafioso (...). Chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia? (...) Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno. (...) Nel «notiziario straordinario n. 17» (10 settembre 1986) del Csm si tratta dell'assegnazione del posto di Procuratore della Repubblica a Marsala al dottor Paolo Emanuele Borsellino e dalla motivazione con cui si fa proposta di assegnargliela salta agli occhi questo passo: «Rilevato, per altro, che per quanto concerne i candidati che in ordine di graduatoria precedono il dott. Borsellino, si impongono oggettive valutazioni che conducono a ritenere, sempre in considerazione della specificità del posto da ricoprire e alla conseguente esigenza che il prescelto possegga una specifica e particolarissima competenza professionale nel settore della delinquenza organizzata in generale e di quella di stampo mafioso in particolare, che gli stessi non siano, seppure in misura diversa, in possesso di tali requisiti con la conseguenza che, nonostante la diversa anzianità di carriera, se ne impone il "superamento" da parte del più giovane aspirante». (...) Passo che non si può dire un modello di prosa italiana, ma apprezzabile per certe delicatezze come «la diversa anzianità», che vuoi dire della minore anzianità del dottor Borsellino, e come quel «superamento», (pudicamente messo tra virgolette), che vuoi dire della bocciatura degli altri, più anziani e, per graduatoria, più in diritto di ottenere quel posto. Ed è impagabile la chiosa con cui il relatore interrompe la lettura della proposta, in cui spiega che il dottor Alcamo -che par di capire fosse il primo in graduatoria - è « magistrato di eccellenti doti», e lo si può senz'altro definire come « magistrato gentiluomo», anche perché con schiettezza e lealtà ha riconosciuto una sua lacuna « a lui assolutamente non imputabile»: quella di non essere stato finora incaricato di un processo di mafia. Circostanza « che comunque non può essere trascurata», anche se non si può pretendere che il dottor Alcamo « piatisse l'assegnazione di questo tipo di procedimenti, essendo questo modo di procedere tra l'altro risultato alieno dal suo carattere». E non sappiamo se il dottor Alcamo questi apprezzamenti li abbia quanto più graditi rispetto alta promozione che si aspettava. I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso. In quanto poi alla definizione di « magistrato gentiluomo», c'è da restare esterrefatti: si vuol forse adombrare che possa esistere un solo magistrato che non lo sia?

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