Politica

Quell’asse Pd-Grillo che allarma Alfano

Sul divorzio breve per l’ennesima volta i due partiti votano insieme. Il Nuovo Centrodestra: «Episodio gravissimo, serve un chiarimento»

Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, tre indizi fanno una prova. I recenti rapporti parlamentari tra Partito democratico e MoVimento 5 Stelle sono degni di un romanzo Agatha Christie. Di certo costituiscono un giallo per il Nuovo Centrodestra, che ormai comincia a perdere la pazienza e vuol mettere a posto i tasselli per venire a capo del complicato caso e chi sia il colpevole del delitto politico. Se l’elezione del grillino Roberto Fico a presidente della commissione di Vigilanza Rai all’alba della legislatura è da considerarsi un caso isolato, quanto accaduto negli ultimi giorni sembra qualcosa di diverso. Eccoli dunque i tre indizi che per gli alfaniani costituirebbero una prova. Primo indizio: elezione del giudice costituzionale in quota Pd Silvana Sciarra e del membro laico del Csm in quota M5S Alessio Zaccaria il 6 novembre con i voti decisivi dei grillini; il Parlamento in seduta comune impallina però la candidata di FI alla Consulta Stefania Bariatti. Tutto il Nuovo Centrodestra sbotta. «Mi devi spiegare se questa maggioranza esiste ancora o se ne state facendo un’altra coi 5 Stelle», sbotta la capogruppo a Montecitorio Nunzia De Girolamo contro il ministro per le Riforme e i Rapporti col Parlamento Maria Elena Boschi. Un’incomprensione nata anche da una mozione a sostegno del Sud, presentata dalla De Girolamo ma riscritta dal Pd insieme ai deputati del MoVimento 5 Stelle. «Il MoVimento mantiene i patti», ghigna sul proprio blog Beppe Grillo, aprendo di fatto la via del dialogo con i Dem. Secondo indizio: l’altro ieri, il 19 novembre, la maggioranza di governo supera due voti a scrutinio segreto al Senato sulla riforma della giustizia, in particolare sulla responsabilità civile dei magistrati. Il primo voto segreto è riferito all’emendamento presentato dalla leghista Erika Stefani che definiva l’ambito della colpa grave; il secondo voto segreto era stato ammesso sull’emendamento del senatore di FI, Giacomo Caliendo che estendeva la colpa grave anche ai casi in cui non si tiene conto, senza specifica motivazione, delle pronunce delle sezioni riunite della Corte di Cassazione. Pd e M5S, in sede di dichiarazione di voto, annunciano però voto contrario, col leghista Barani che denuncia l’asse tra Dem e grillini. Terzo indizio: sempre l’altro ieri in commissione Giustizia al Senato la «spuria maggioranza» (copyright del coordinatore nazionale Ncd Gaetano Quagliariello) costituita da Pd e M5S vota insieme sul divorzio breve. Ben 15 i voti a favore, contro i 5 contrari e un astenuto sulla norma volta a introdurre il divorzio diretto che consente di arrivare alla cessazione del matrimonio senza passare per la fase della separazione. La maggioranza si spacca di nuovo: sul divorzio breve era già accaduto alla Camera. Ncd annuncia di ripresentare tutti gli emendamenti in Aula. «Ci rivedremo in Aula», minaccia Carlo Giovanardi. «O c’è un chiarimento o per quanto mi riguarda lascio - tuona Maurizio Sacconi - Gravissima la combinazione tra larga parte del gruppo del Pd e M5S sulla riforma del divorzio che esclude adeguate garanzie nel caso di coniugi con figli. Giustizialismo e laicismo sono la cifra di una maggioranza anomala nella commissione Giustizia che a questo punto richiede un robusto chiarimento politico». Sul caso entra anche Angelino Alfano: «Daremo battaglia sul divorzio breve». A chiedere ufficialmente, in una nota al vetriolo, un chiarimento in maggioranza è, oltre naturalmente a Quagliariello, l’Ufficio di presidenza del Nuovo Centrodestra. Ma a dare l’idea che qualcosa sia cambiato nei rapporti tra Pd e grillini è un tweet del deputato pentastellato Danilo Toninelli all’indomani della presentazione da parte della minoranza Dem (Cuperlo, Civati, Fassina e D’Attorre) sugli emendamenti alla legge di Stabilità: «Bene conferenza stampa delle minoranze Pd sulla Stabilità. Speriamo che ora dialoghino col M5S per aiutare famiglie e imprese in difficoltà». Evidentemente, dopo il fallimento di Bersani, il dialogo tra sordi tra M5S e Renzi - prima in occasione delle consultazioni per formare il governo e poi del confronto sulla legge elettorale - non è più tanto tra sordi.

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