Oltre ogni ideologia. Oltre gli steccati politici. Oltre i pregiudizi e le convinzioni personali. Difendere i fascisti non è reato.Hanno avuto coraggio i tanti, che da sinistra, si sono battuti (e si battono) per l’innocenza dei «neri» Mambro e Fioravanti. A differenza di tanti benpensanti si sono fatti un’idea leggendo quegli atti giudiziari che gridano vendetta per l’ergastolo del 16 maggio 1994 per la bomba alla stazione di Bologna. Una strage che i due ex terroristi hanno sempre negato di aver eseguito, pur avendo già ammesso davanti ai giudici le loro responsabilità morali e penali per una serie di omicidi negli anni di piombo. Come pure Giusva ha negato quelli di Pecorelli e Mattarella, per i quali, alla fine, è stato riconosciuto innocente. Ma chi ha letto gli atti, ascoltato i protagonisti e ragionato sulle circostanze non può non coltivare il dubbio. E tentare di fugarlo. Ed è qui che entrano a gamba tesa personaggi che hanno fatto la storia dell’antifascismo dell’ultimo ventennio. Gente di spicco dell’intellighentia di sinistra che ha firmato appelli, scritto articoli, concesso interviste e aderito a comitati a favore dei due. Le ragioni di questa solidarietà trasversale, atipica e inedita, sono molteplici. L’ultimo in ordine di tempo ad esprimersi è stato Giampiero Mughini, ex direttore di «Lotta Continua»: «Mai ho creduto Mambro e Fioravanti colpevoli di strage e stasera li inviterò a cena - ha spiegato - Giusva ha sempre confessato al dettaglio i suoi omicidi, a differenza di non pochi gaglioffi di sinistra che sono andati ad assassinare giornalisti e magistrati». Prima di lui e poco dopo il verdetto, nel settembre 1994, Furio Colombo, ex direttore dell’Unità (oggi editorialista del Fatto Quotidiano) scriveva riferendosi ai due imputati: «Sono colpevoli di molto. Ma di questo delitto così simile ad altri delitti restati senza autore nel mondo? Dobbiamo dire e sapere che l’orrenda storia di Bologna rimane aperta, che non sono stati trovati, come altrove, i veri colpevoli». E il 15 agosto del ’96 ribadiva: «Molte testimonianze d’accusa restano sospese, imprecise, rinviano a fatti rimasti sommersi». Il processo, come detto, è stato «ondivago»: condanna in primo grado (1988), assoluzione in appello (1990), annullamento della Cassazione (1992) e condanna da parte della Corte d’assise d’appello di Bologna. Le prove raccolte contro Mambro, Fioravanti e Ciavardini erano praticamente inesistenti. Ed è uno dei motivi che hanno convinto molti a dubitare. Fra loro, tantissimi esponenti comunisti o diessini, dall’editorialista del Manifesto (insieme a una decina di redattori) Rossana Rossanda, a Walter Veltroni, Clara Sereni, Ersilia Salvato; del mondo dello spettacolo, come Liliana Cavani o De Gregori, o di quello cattolico, come il compianto Luigi Di Liegro, magistrati come Simonetta Matone e Nicolò Amato, giornalisti del calibro di Gian Antonio Stella del Corsera, Silvana Mazzocchi di Repubblica e Sandro Provvisionato del Tg5, ex terroristi rossi come le br Anna Laura Braghetti e Barbara Balzerani o Piccioni di Prima Linea, conduttori tv come Gianfranco Funari. L’elenco è lunghissimo. Le loro dichiarazioni, spesso toccanti: «Molti morti sono sulla sua coscienza - disse Funari dopo un incontro con Mambro - ma non quelli delle bombe della stazione di Bologna». E Balzerani sottolineò: «Non sono stati né dei mostrti né degli esempi di virtù. Invalicabile può rimanere la distanza dalle loro scelte. Ma questo non può giustificare alcuna inerzia a non condividere la loro battaglia perché vengano riconosciuti innocenti». Emblematiche, infine, le parole di Sergio Zavoli. L’anziano principe del giornalismo sostenne che Valerio e Francesca erano stati «al centro di un gigantesco fenomeno di strumentalizzazione, così architettato da rendere arduo qualunque progetto di smantellamento, concettuale e concreto...».
Da Furio Colombo a Mughini. Così la sinistra difende gli ex Nar
La strage di Bologna e il maxi risarcimento da 2 miliardi chiesto a Mambro e Fioravanti
