Presidente Bertinotti, perché ha titolato il suo ultimo libro «Sempre daccapo»? «Il movimento operaio si era dato l’obiettivo più alto, la rivoluzione: un ordine nuovo in cui gli ultimi avrebbero sostituito le elite. Ma ha fatto l’errore di non mettere in conto la sconfitta, di pensarsi invincibile. Così un regime nato per liberare è diventato di oppressione. Invece il concetto "sempre daccapo" è straordinariamente coerente col progetto. L’idea di ricominciare è connessa alla grandezza della causa, perché la ragione per cui il movimento operaio è nato si è riproposta. Ma non si può affrontare il capitalismo finanziario nelle forme del passato». Come, allora? «Antonio Gramsci scrisse: "Ogni volta che tutto è perduto, quello è il momento per ricominciare daccapo". E poi c’è un detto ebraico: "Quando davanti a te non vedi alcun sentiero, è il momento in cui rimetterti in cammino". La risposta alla sua domanda è: cercare ancora». Nel libro sostiene che le tre grandi ideologie - capitalismo, socialismo e cristianesimo - sono in grave crisi. «Ma la cultura cristiana e quella cattolica sono le meno provate. Come hanno fatto? Attraverso la vitalità del cambiamento, con due fatti epocali: le dimissioni di un un Papa e l’avvento del pontificato rivoluzionario di Papa Francesco». Il futuro movimento operaio dovrebbe allearsi con la Chiesa di Francesco? «Non la vedrei nel termine di potenze che si alleano. Mi interessa il dialogo tra ciò che è vitale in queste due culture. Quando Francesco dice che "se c’è un contadino senza terra, un lavoratore senza dignità e senza diritti, dovete lottare per questi diritti", pronuncia una parola, lotta, che non ricordo sulle labbra di alcun Pontefice. Se lo fa, è perché sente che questa idolatria del denaro può essere sconfitta. E quando usa il termine "non abbienti" oltre a "poveri", evidenzia una dimensione che va oltre la carità. Sollecitando un’interlocuzione al movimento operaio. Al momento non c’è, ecco perché ricominciare daccapo». Che idea si è fatto dell’attuale Parlamento? «Il declino era prevedibile. Negli ultimi trent’anni alle assemblee elettive hanno sottratto ogni capacità decisionale. Perché erano permeabili ai conflitti della società. Si è affermata, invece, una cultura decisionista che ha dato più potere al governo affinché potesse decidere secondo gli interessi del mercato anziché quelli del popolo. A sua volta il governo ha ceduto il passo a una sovranità europea priva di legittimazione popolare. Si è realizzata una società oligarchica. E nelle oligarchie sono necessarie assemblee elettive inerti». Il Muro di Berlino cadeva 25 anni fa. Come ricorda quel giorno? «La mia generazione non è stata particolarmente segnata dalla caduta del Muro. Nel ’68, con l’invasione dei carri armati sovietici a Praga, avevamo già chiuso il nostro rapporto sentimentale con l’Urss. La rottura del movimento operaio e dei partiti comunisti europei è arrivata tardi». Per Marine Le Pen non c’è più il muro tra destra e sinistra ma quello tra alto e basso della società. «Ha visto un fenomeno reale. Del resto, lo slogan di Occupy Wall Street è "Noi 99%, voi 1%". Ciò che mi rende diverso dalla Le Pen è la causa che ha prodotto tutto questo. Non perché destra e sinistra non abbiano più ragione di esistere, ma perché la sinistra è scomparsa, e il campo è occupato da tante destre: la rivincita delle elite. Luciano Gallino ha parlato di "rovesciamento del conflitto di classe": i ricchi fanno la guerra ai poveri». Renzi sta con l’alto o con il basso della società? «Per lui io uso la categoria del neobonapartismo: la capacità di cogliere dall’alto le pulsioni del populismo per attivare un processo di riforma delle istituzioni della società. In chiave autoritaria, naturalmente. Renzi mette nelle sue vele tutto il post moderno e tenta di organizzare la politica su base trasversale. Se c’è un conflitto tra alto e basso, lui invece crea lo scontro tra quelli che si pongono i problemi del governo e coloro che stanno fuori da questo recinto. Disegnando un partito del governo, più che della nazione, che è l’alfa e l’omega della politica. Fuori da questo lascia la protesta». Nel ’99 lei ritirò la fiducia al governo Prodi. Cosa consiglierebbe oggi alla minoranza Pd? «Chi non fa più politica non può pretendere di dare suggerimenti. Credo comunque che ci sia spazio per una nuova sinistra, ma non può nascere assolutamente da una costola di un partito esistente. Pensi a Podemos e Syriza in Spagna e Grecia: le uniche due sinistre in Europa che non solo esistono ma sono protagoniste. Spazio per un tradizionale partito socialdemocratico, invece, non c’è. Perché nel Pd non esiste un ceto politico con adeguata cultura laburista e dal sindacato non vedo emergere protagonisti». E le classi in difficoltà guardano a Grillo e Salvini. «Ci vorrebbe una forza che, in questo contesto di disagio sociale, possa competere e sconfiggere la versione di destra del populismo. Questo è un termine che a sinistra non si può usare. Ma io penso che la sinistra di cui abbiamo bisogno debba fare i conti con il populismo senza superbia intellettuale. Solo questa sinistra può sradicare la destra dal conflitto alto-basso. È la molla della rivolta, non violenta ovviamente, che va afferrata».
Bertinotti: «Comunismo finito, ora c’è la Chiesa»
L'ex segretario di Rifondazione comunista presenta «Sempre daccapo», libro-conversazione con don Roberto Donadoni: «Il movimento operaio è stato sconfitto, dialoghiamo con il Papa rivoluzionario»
