Com’è noto, nel nostro Paese già l’equilibrio tra i tre poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario è molto precario. Da quando poi il quarto, quello non ufficiale della «speculazione mediatica» si è ingigantito a dismisura, lo sbilanciamento può dare gli esiti peggiori. Prova ne è, questi giorni, il caso Cucchi. La Corte d’Assise d’Appello ha emesso la sua sentenza: assolti per insufficienza di prove sei medici, tre infermieri, tre agenti della penitenziaria. Medici a parte, gli altri imputati erano già stati assolti in primo grado. Ma parte della grancassa mediatica, a cui fanno da cornice sia certa veemenza internettiana sempre alla ricerca di un capo su cui azionare la ghigliottina, sia il generone intellettuale che trasforma le buone cause in puro marketing, non ci sta. E la pressione è stata tanta e tale che il bravissimo Procuratore della Repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone, ha rilasciato ieri alcune dichiarazioni in cui ristabilisce un concetto di base. Cioè che le sentenze vanno rispettate anche quando non sono condivisibili. Specialmente quando, come in questo caso, non si conoscono le motivazioni. Pur evidenziando come vi siano episodi quantomeno dubbi, Pignatone ha ricordato che, come in altri casi, “qualora emergano fatti nuovi o comunque l’opportunità di nuovi accertamenti, la procura di Roma è sempre disponibile a riaprire le indagini”. La vicenda è, infatti, a un passaggio sottilissimo, già visto più e più volte nel nostro Paese. A furor di popolo si rischia di perdere per strada un principio fondamentale del diritto, cioè la presunzione d’innocenza fino a che non venga provato il contrario nel terzo grado di giudizio. Principio sacrificato nella caccia al capro espiatorio o al colpevole che fa più comodo, meglio se è espressione dello Stato. Con il rischio di compromettere l’accertamento della verità. Da raggiungere costi quel che costi, come giustamente chiede la famiglia, ma che vede due presupposti irrinunciabili. Il primo è che si evitino compromessi a ribasso, come l’aver accettato di transare con l’Ospedale Pertini per un milione e trecento mila euro a fronte della rinuncia a costituirsi parte civile in appello. La seconda è non diventare cardine di quella giostra mediatica che ha obiettivi diversi dall’accertamento di dinamiche e responsabilità. Stefano Cucchi, infatti, non ha bisogno di diventare un simbolo pop (meglio se anti Stato). Accertiamo tutti i fatti, rispettiamo le sentenze, e poi difendiamo con forza la sua dignità e la sua memoria.
Stefano e la verità
di Pietro De Leo