Politica

Matteo dà il via alla fase tre

di Luigi Bisignani

È iniziata la fase tre dell’era Renzi. Dopo la rottamazione del Pd annientando i vecchi mandarini e aver conquistato palazzo Chigi ha capito che la funambolica fase degli annunci è finita e deve mettere ora le mani sul funzionamento della macchina dello Stato. Solo così cercherà di portare avanti il suo disegno rivoluzionario come lui stesso lo definisce. Finora però solo troppi annunci ed anche una esagerata critica nei confronti della Pubblica Amministrazione (alta dirigenza ministeriale, magistratura amministrativa e contabile) che gli è servita per farsi amare dalla pancia molle del paese ma ha praticamente bloccato l’intera macchina dello Stato in un via vai di dispetti e ripicche ormai difficili da gestire e sui quali più di una volta è dovuto intervenire perfino Giorgio Napolitano. Occorre un cambio di passo ed è quello che sta cercando di fare e i cui risultati si vedranno sin dalle prossime settimane. Una corsa contro il tempo tra una base piddina e sindacale in pericoloso fermento e per di più con quasi tutti gli indicatori economici negativi. Dopo questi primi mesi a Palazzo Chigi ha finalmente capito che con i soli twett e le comparsate televisive non si può governare ed è per questo che ha deciso di puntare su una nuova classe dirigente a sua immagine e somiglianza. Forte di un carisma indiscusso e di una energia rara ha iniziato a prendere dimestichezza con il Palazzo e nelle prossime settimane inizierà un’occupazione dei posti chiave con un occhio particolare alla Ragioneria generale dello Stato ed ai ministeri dell’Economia, delle Infrastrutture e dello Sviluppo Economico senza tralasciare ovviamente anche i più delicati settori delle forze armate e dell’intelligence. Ma a differenza di quanto ha fatto appena insediato non andrà più a cercare i volti attorno al cerchio magico di Firenze, i vari Boschi, Lotti e la «vigilessa» Manzione, a capo del dipartimento affari giuridici della Presidenza, ma dentro la stessa amministrazione le cui competenze in certi casi comincia ad apprezzare rinnegando un po’ quello che ha detto fino a ieri. Il premier si è reso conto che aver portato in una fantomatica cabina di regia a Palazzo Chigi l’ex rettore della Bocconi Guido Tabellini o il bravissimo economista Marco Fortis non è sufficiente per far girare la macchina dello Stato. Rimangono pur sempre corpi estranei che non riescono ad incidere sui farraginosi iter legislativi in cui la distanza tra un twett e un provvedimento in Gazzetta Ufficiale è siderale. Ha capito che nei posti chiave ci vuole una ventata d’aria fresca, per di più quarantenni, che già lavorano all’interno dei ministeri con cui dopo mille diffidenze comincia a confrontarsi nonostante un modo di fare brusco e sbrigativo esattamente l’opposto di come si presenta pubblicamente. Per il futuro Renzi non accetterà più i compromessi subiti in questi mesi durante la Legge di Stabilità da uomini di valore come Daniele Franco, ragioniere generale dello Stato o Roberto Garofoli, già segretario generale di Enrico Letta e attualmente capo di gabinetto dell’Economia dove siede un ministro di spessore come Carlo Padoan, travolto ormai dall’attivismo del suo premier. Le nuove leve dell’amministrazione cominciano a guardare al dinamismo del premier con attenzione anche perché hanno capito che lui è una macchina schiaccia sassi che non guarda in faccia nessuno, compresi i suoi amici di un tempo, ed è pronta a consegnarsi al vincitore. Riuscirà Renzi a vincere questa serie di scommesse portando ai vertici dello Stato una nuova generazione di burocrati capaci di rimettere in moto una macchina ormai disorientata e fuori controllo? Questa è davvero un’altra storia.

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