Siamo un Paese abituato ad affrontare i grandi problemi che ci affliggono con piccole riformette, puri e semplici palliativi, come il c.d. decreto «svuota carceri». Che ha tutt'al più tolto un pò di schiuma al putridume delle nostre carceri da quarto mondo, come si fa col brodo quando è troppo grasso; ma non ha certo risolto, né può risolvere, un bel nulla. Il problema di fondo della giustizia penale nel nostro Paese, e cioè l'abuso del carcere, ha radici troppo ramificate e complesse per pretendere di risolverlo con riformette così marginali. La prima causa strutturale è la pan-penalizzazione della nostra società, cioè l'idea che qualunque comportamento umano o sociale degno di censura, o meritevole di essere arginato e sanzionato, debba tradursi in una fattispecie di reato. È una idea tanto sciaguratamente fallace, quanto profondamente condivisa nella nostra società. Fallace perché molti comportamenti illeciti e certamente dannosi per il bene comune sarebbero molto più efficacemente combattuti con sanzioni di tipo esclusivamente patrimoniale, o di natura amministrativa, piuttosto che con il carcere. Dunque, sarebbe innanzitutto necessaria una coraggiosa e drastica depenalizzazione del nostro sistema sanzionatorio, per la costruzione di un diritto penale minimo che significherebbe - contrariamente alla più diffusa vulgata - maggiore forza dello Stato, maggiore efficacia del suo sistema sanzionatorio, e profondo alleggerimento della popolazione carceraria. La seconda causa dell'abuso del carcere è l'idea - e soprattutto la pratica- irrimediabilmente distorta della custodia cautelare; uno strumento che il legislatore ha previsto come del tutto eccezionale, e soprattutto finalizzato ad esclusiva e temporanea salvaguardia del processo (inquinamento delle prove e pericolo di fuga), e solo in un caso (il c.d. pericolo di reiterazione del reato) a salvaguardia della collettività. Questa ultima, eccezionale ipotesi, che presuppone già di per sé un azzardo da parte del giudice, chiamato a vaticinare che una persona, solo sospettata di avere commesso un crimine, possa addirittura reiterarlo se lasciata libera, è diventata invece la motivazione pressocchè comune a tutti i provvedimenti custodiali che vengono emanati nel nostro Paese. E non è certo un caso che l'unica, seria riforma che era stata varata dalla Camera dei Deputati alcuni mesi fa, che efficacemente precludeva al giudice di poter desumere il pericolo di reiterazione solo dalla gravità del reato per il quale si procede (che è quello che accade sistematicamente in tema di ordinanze cautelari) è stata congelata, ma direi affossata, a seguito di una levata di scudi durissima della magistratura italiana («non potremo arrestare più nessuno», tuonò il Procuratore capo di Roma Pignatone), immediatamente ossequiata dal nostro tremebondo Legislatore. Chissà se potranno ridargli un minimo di coraggio le formidabili parole pronunciate da Papa Francesco pochi giorni fa: «La carcerazione preventiva - quando in forma abusiva procura un anticipo della pena, previa alla condanna, o come misura che si applica di fronte al sospetto più o meno fondato di un delitto commesso - costituisce un'altra forma contemporanea di pena illecita occulta, al di là di una patina di legalità. Questa situazione è particolarmente grave in alcuni Paesi e regioni del mondo, dove il numero dei detenuti senza condanna supera il 50% del totale». Come l'Italia, per esempio. Amen.
Le «riformette» non risolvono
di Gian Domenico Caiazza