Politica

La Capitale non è al sicuro

di Mario Tozzi, ricercatore del Cnr

Pensare che Roma sia immune dal rischio idrogeologico è un clamoroso errore di merito e di metodo. Di metodo, perché non applicheremmo criteri scientifici che vanno applicati quando si studiano questi fenomeni, di merito perché purtroppo non è così. Anche a Roma le piogge negli ultimi vent’anni sono cambiate; nello stesso periodo la città si è ulteriormente espansa con periferie sostanzialmente prive di servizi e maggiormente esposte a rischio (Infernetto) e con agglomerati totalmente abusivi (foce del Tevere). Oggi a Roma, in poche ore, piove l’acqua che sarebbe caduta in due o tre mesi, la città è praticamente impermeabile e dunque tutta quell’acqua non può che esondare e interessare le abitazioni. Inoltre piogge di questa natura innescano fenomeni franosi nelle zone collinari della parte settentrionale della città, le uniche, vale la pena di ricordarlo, fatte di materiali argillosi e sabbiosi, molto differenti dai tradizionali sette colli composti per la gran parte di tufi vulcanici (non a caso quei colli furono scelti dai romani antichi perché più sicuri. Le piogge cambiate aggravano anche il rischio di apertura di voragini sotterranee. Abbiamo già visto come nel recentissimo passato la parte nord di Roma sia rimasta bloccata a causa delle frane di Monte Mario e della Cassia e queste zone sono suscettibili di franare ancora. Qui è auspicabile che, in caso di allerta, si interdica la circolazione ai veicoli per evitare che i problemi diventino drammatici. Dall’altro lato è necessario tenere sotto controllo i possibili movimenti del terreno, monitorando lo stato degli edifici che insistono in quelle zone. Ma il problema principale è quello della conoscenza del rischio: i romani s’illudono di vivere in un posto tranquillo (quante volte abbiamo sentito dire, qui parliamo di un altro rischio, che Roma è vuota sotto e dunque non può essere interessata da un terremoto? Anche questo non è vero) ma bisogna convincersi che non è così e cominciare a pensare che il rischio c’è e non può essere azzerato. L’unica cosa che possiamo fare è ridurlo ed essere preparati. Peraltro anche una piena del Tevere potrebbe, negli scenari ricostruiti dal Cnr, portare a conseguenze gravissime. Se dovesse piovere con grande intensità su tutta l’asta fluviale del Tevere il fiume uscirebbe dagli argini all’altezza di Ponte Milvio e, sia in riva destra sia in riva sinistra, esonderebbe fino a Trastevere e a piazza San Pietro da una parte e a piazza Venezia dall’altra per poi ritornare in alveo solo alla Magliana.

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