Politica

Il premier piega il Pd e sfida la Camusso

Sull'articolo 18 largo consenso nella Direzione Dem. Messaggio ai sindacati: riapro Palazzo Chigi. D'Alema: «Matteo basta spot»

Alla fine Matteo Renzi la spunta e ribadisce ancora una volta che la Ditta la guida lui. E lui decide. La direzione nazionale del Pd approva a larga maggioranza l’ordine del giorno e la relazione del presidente del Consiglio e segretario sul Jobs Act, anche se la fronda ex Ds non rientra. Anzi. Il premier deve incassare le pesanti accuse degli ex Ds. Lui cita Margareth Thatcher e Gianni Cuperlo lo invita a cercare una mediazione ricordandogli: «Tu non sei la reincarnazione della Thatcher e comunque saresti una reincarnazione venuta molto male». Massimo D’Alema gliene dice un po’ di tutti i colori, Stefano Fassina accusa Renzi di volere la «svalutazione del lavoro», esattamente come chiede l’Ue. E Pierluigi Bersani? Anche lui randella il segretario, spiegandogli di «sapere benissimo come si sta in un partito» e di non aver bisogno di lezioni. Per l’ex segretario Dem il problema «non è l’articolo 18, ma il tessuto sociale e produttivo del Paese. Sul baratro non ci andiamo per l’articolo 18, ma per il metodo Boffo» che si sta applicando nel Pd. «Voglio poter discutere prima del "prendere o lasciare". La Germania ce l’ha l’articolo 18 e ha preso quattro punti in più di Pil», chiarisce Bersani. Anche un altro ex segretario Pd ed ex leader Cgil, Guglielmo Epifani, critica: «Si vuole togliere il reintegro? Attenzione. In Europa ce l’hanno tutti i Paesi europei, tranne la Spagna. Allora bisogna essere chiari: o si va verso la Spagna, dove il reintegro non c’è. O verso la Germania, dove c’è». Insomma oltre quattro ore di rissa verbale, un po’ cattiveria e nessuna esclusione di colpi. Renzi prende la parola e parla per 44 minuti. Dopo un lungo preambolo in cui ripete tutti gli slogan degli ultimi sei mesi - dal 40,8% delle europee, all’obbligo del Pd di cambiare fino ad arrivare al bonus degli 80 euro - entra nel merito della riforma del lavoro. «Mediazioni e compromessi vanno bene, ma non a tutti i costi» - spiega - perché «se vogliamo dare diritti ai lavoratori, non lo facciamo difendendo una battaglia che non ha più ragion d’essere». La Costituzione tutela «il diritto al lavoro, non all’articolo 18: se l’articolo 18 è un diritto costituzionale perché sindacati e partiti ne hanno fatto a meno pur avendo più di 15 dipendenti? Vi propongo di cambiare, non ho paura di cambiare. Per me questa è una riforma di sinistra se serve a difendere i lavoratori, non i totem». Quindi il premier sfida i sindacati: «Sono disponibile a confrontarmi con Cgil, Cisl e Uil la settimana prossima riaprendo la sala verde di Palazzo Chigi. Li sfido su tre punti: una legge della rappresentanza sindacale, salario minimo, il collegamento con la contrattazione di secondo livello». Difficile capire se sia un’apertura effettiva o meno. Per Franco Marini «un’apertura c’è stata, ora bisogna salvare l’unità del partito». Perché di scissione nessuno parla, ma la tensione resta strisciante: difficile prevedere cosa accadrà in Parlamento sul Jobs Act, anche se la minoranza Dem smentisce di voler sgambettare il governo e giura lealtà. Renzi nella repliche finale ne ha per tutti. Per Bersani: «Metodo Boffo? Al massimo buffo». Per D’Alema: «Lui ha avuto la fortuna di governare quando c’era la crescita. Non è stata fatta la riforma del lavoro quando c’era la crescita e non per colpa nostra». Poi l’arringa finale: «Discussione bella, ma alle Camere si vota tutti uniti. Spero che il Pd voti compatto. Definire il governo privo di solidità e profondità, tutto slogan e annunci è una rappresentazione che va contro la realtà dei fatti. In questi anni il sindacato ha avuto una responsabilità drammatica a rappresentare solo una parte e non tutti i lavoratori italiani. La nostalgia è polvere e muffa». Mentre in direzione ci si azzuffa, dietro le quinte la trattiva per arrivare a un documento unitario prosegue, pur partendo da una base di reciproca incomprensione. Lorenzo Guerini, Roberto Speranza, Cesare Damiano, Guglielmo Epifani lavorano sodo a una mediazione. Nell’odg - come sottolineano Zoggia e D’Attorre - vengono accolte alcune richieste della minoranza, ma resta l’abolizione dell’articolo 18 - confermato solo per i licenziamenti discriminatori o disciplinari - e il presidente del Pd Orfini respinge la richiesta di votare il documento per parti separate. La minoranza si spacca: una parte (capofila Roberto Speranza di Area Riformista) si astiene, l’altra vota contro. Morale: l’ordine del giorno è approvato con 130 voti favorevoli, 11 astenuti e 20 contrari. La partita ora si gioca in Parlamento.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.