Matteo Renzi rilancia. Il premier non si lascia intimorire dalla levata di scudi della minoranza Pd sul lavoro, né dal tentativo del MoVimento 5 Stelle di fare asse con i dissidenti Dem per mandarlo a casa. «Nel 2018 magari perderò le elezioni, ma avrò cambiato l’Italia» è la promessa del presidente del Consiglio, verso il quale la Corte dei conti ha archiviato ieri l’accusa per danno erariale quand’era presidente della Provincia di Firenze. Parlando con i giornalisti a New York, Renzi spiega che la riforma del lavoro «non è più rinviabile, si discute ma poi si decide e si va avanti tutti insieme». Lunedì il premier e segretario del Pd presenterà le proprie idee in direzione, «ci sarà un dibattito e si discuterà, ma poi si decide e si va avanti tutti insieme». «C’è una discussione nel partito che rispetto e che può aiutare a uscire con posizioni più forti - aggiunge Renzi sulle idee della minoranza Pd che contesta la riforma dell’articolo 18 - Quello che è chiaro è che non è pensabile che ci siano momenti in cui mi fermi e mi tiri indietro». Il presidente del Consiglio ribadisce che «ci sono alcune cose in Italia che vanno fatte: riforma della Costituzione, legge elettorale, riforma della pubblica amministrazione, della giustizia e del lavoro che è irrinviabile. Sono molto ottimista - aggiunge - sul fatto che il mio partito investirà nel futuro e non difenderà il passato». Renzi sottolinea l’importanza di riformare la Pa, un passo «fondamentale per scardinare i veti». E sulla Costituzione assicura: «In un anno finiamo la riforma del Senato». Intanto il leader M5S Beppe Grillo tenta il gioco di sponda con la minoranza del Pd, alla quale offre una tregua pur di «mandare a casa» il governo Renzi. Ma i democratici respingono l’offerta al mittente. «Caro Grillo è il tuo populismo il vero nemico della sinistra», dice Roberto Speranza. «Grillo è un piccolo Ayatollah e non sa cosa sia un partito e il valore prezioso del dibattito interno. La minoranza del Pd è impegnata a migliorare la delega lavoro per rafforzare l’azione del governo, con una discussione seria sul merito. Rispediamo al mittente la sua provocazione, che ha l’unico obiettivo di indebolire il Pd e, come al solito, di creare confusione», rincara Miguel Gotor di Area Riformista. «Non credo che dobbiamo rispondere a stupide provocazioni. Far cadere Renzi sarebbe da irresponsabili», sostiene Gianni Cuperlo, deputato Pd e leader di Sinistradem. Ma le posizioni di Grillo non paiono isolate. «Renzi lo ha detto: bisogna uscire dal Novecento. Solo che ci porta nell’Ottocento - ammonisce il leader di Sel Nichi Vendola - Se Renzi diventa l’alfiere delle battaglie storiche della destra è un problema suo. Non si tratta di difendere le ragioni della sinistra, ma di difendere l’idea del lavoro». Per Stefano Fassina, tuttavia, gli «spazi per mediare ci sono: la delega sul lavoro va riempita di contenuti». L’impressione è che uno spazio di manovra per arrivare a un accordo accettabile da entrambe le parti, sinistra Pd e maggioranza renziana, si possa trovare. Parlamentari vicini al presidente del Consiglio hanno rassicurato i colleghi dell’opposizione Dem sulla volontà di arrivare a un punto di caduta, anche se rimane difficile redarre e approvare un documento unitario entro la direzione di lunedì. «Il rischio è di "montizzare" il governo Renzi, con un ulteriore elemento recessivo», dice Alfredo D’Attorre riferendosi al combinato disposto da legge di stabilità (con venti miliardi di tagli alla spesa pubblica) e riforma del lavoro. «Se confermati, i segnali di apertura a una mediazione che vengono dall’area più vicina al segretario del Pd Renzi, sono un fatto importante - commenta Vannino Chiti - Modificare il mercato del lavoro è giusto e necessario: dobbiamo superare le forme di precariato. Il contratto a tutele crescenti è la via corretta, purché dopo 3 anni, o in ogni caso dopo un periodo rigorosamente contenuto di anni, siano assicurati tutti i diritti fondamentali, compresa la possibilità del reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa».
Matteo tira dritto: parliamo, ma decido io
Il presidente del Consiglio da New York: «Jobs Act non più rinviabile». La Corte dei conti archivia l’accusa per danno erariale contro il premier LEGGI ANCHE Quando D’Alema nel ’97 faceva «il Renzi» sulla riforma del lavoro
