Da quattro anni poliziotti e carabinieri maturano scatti di anzianità la cui retribuzione è bloccata. I loro straordinari sono ridotti, e corrisposti mesi dopo la prestazione; idem per le spese vive anticipate per le missioni. Le locazioni dei Commissariati e delle stazioni dei Carabinieri sono pagate con ritardo, danneggiando i privati che ne sono proprietari. Pantere e Gazzelle hanno centinaia di migliaia di km di strada, senza essere cambiate. Strumenti per prevenire le nuove emergenze, come i corsi di lingua araba per chi si occupa del contrasto al terrorismo, sono spesso negati per assenza di fondi. Si dirà: è la crisi, ti meravigli? I tagli colpiscono tutti. Obiezione: c’è la crisi, ma per i settori sicurezza e giustizia sono disponibili risorse consistenti, ulteriori rispetto agli ordinari stanziamenti di bilancio. La burocrazia le blocca e le istituzioni interessate non si preoccupano di esigerle: non meno di 3,5 miliardi di euro, cash o facilmente monetizzabili, appostati sul Fug; è il fondo unico giustizia, istituito nel 2008, che è alimentato dalla liquidità tolta alle mafie ed è per legge destinato per il 49% al ministero dell'Interno e per il 49% al ministero della Giustizia. L’entità della somma - lo ripeto: 3.500 milioni di euro - è confermata da una nota del 10 settembre di Equitalia Giustizia, secondo la quale dal 2009, cioè dall’inizio del funzionamento del Fug, l’importo totale corrisposto ai due ministeri è stato soltanto di 800 milioni di euro; la nota non spiega perché il resto non è utilizzato. Venerdì scorso il sottosegretario dell’Interno Bocci, rispondendo a una interpellanza dell’on. Dambruoso, ha addotto tre ragioni: a) una parte delle somme sono ancora sotto sequestro, e quindi vi è il rischio che debbano essere restituite se non segue la confisca, b) il governo non ha ancora adottato il decreto che stabilisce come monetizzare i titoli confiscati; c) secondo la «la Ragioneria generale dello Stato (riporto testualmente la risposta all’interpellanza) le entrate affluite al bilancio statale derivanti da confische e, a maggior ragione, da sequestri non sono considerate valide ai fini del miglioramento dell’indebitamento netto della pubblica amministrazione. Gli introiti da sequestri (…) sono trattati nei conti nazionali alla stregua di un’anticipazione passiva dello Stato e, quindi, oltre a non avere effetti positivi sull’indebitamento netto, producono effetti negativi sul debito pubblico». Osservo: a) a proposito dei 415 milioni di euro sequestrati e non ancora confiscati, la legge istitutiva del Fug impone di effettuare una statistica dalla quale derivi una stima di massima di quanti sequestri si trasformano in confische. Se questa stima dice che il 40% del sequestrato è restituito al termine del giudizio, ben può lo Stato adoperare, sulla base di un criterio di prudenza, il restante 60% (invece di bloccare il 100%); b) 4 anni e mezzo non sono sufficienti a redigere un decreto attuativo per adoperare 2 miliardi di euro in titoli? Cioè per spiegare ai competenti funzionari dello Stato come si fa a vendere un Btp o un’obbligazione (cosa che un impiegato di banca fa in poche ore senza decreti)? c) per la Ragioneria dello Stato ricevere miliardi di euro dai sequestri e dalle confische alle mafie equivale a indebitarsi (!): risponde alla medesima logica di contabilizzare nel Pil i profitti delle mafie. Forse neanche il presidente del Consiglio è in grado di dire se e quando verrà approvata la riforma della pubblica amministrazione. Ma in questo caso non servono leggi: basta convocare il Ragioniere generale dello Stato e sollecitarlo ad applicare quelle in vigore. L’alternativa, visto che i miliardi di euro tolti alle mafie sono considerati debiti per lo Stato, è comunicare alle forze di polizia e alla magistratura che possono dedicarsi ad altro.
La vergogna di una guerra perduta
di Alfredo Mantovano