Politica

Il centrodestra è una polveriera

Berlusconi affronta la fronda interna, Alfano paga il flop Renzi E anche nella Lega spuntano le prime crepe sulla linea Salvini

Il futuro prossimo si chiama elezioni regionali. Ed è su quel fronte che il centrodestra prova a lavorare verso una reunion che, conti alla mano, è l’unica strada per contendere l’Emilia e, soprattutto, la Calabria al Pd. Ma se si allarga l’orizzonte al piano nazionale il quadro cambia. E l’ipotesi di tornare a vedere insieme Forza Italia, Ncd e Lega, diventa assai più complicata. Perché a ricompattarsi, primariamente, dovrebbero essere gli stessi partiti all’interno.   LA FAIDA FITTO-ROSSI La sfida tra i sostenitori delle primarie e il cosiddetto «cerchio massimo» era solo apparentemente sopita. È bastato un passaggio apparentemente innocuo, come l’elezione di due giudici della Consulta, per far riemergere uno scontro salito d’improvviso d’intensità. Perché per la prima volta, da parte dei più fedeli a Berlusconi, è partito un implicito invito all’area fittiana a levare il disturbo. Frasi come quelle pronunciate da Maria Rosaria Rossi, quel «chi vuole le primarie può provare altrove», non potevano passare inosservate. E infatti Raffaele Fitto ha prontamente replicato, «censurato» poi da Deborah Bergamini, altra interprete fedelissima dell’ultima versiona del berlusconismo. Sullo sfondo resta il malcontento del partito per quel patto Renzi-Cav di cui nessuno conosce perfettamente i confini. Insoddisfazione che potrebbe manifestarsi ancora più marcatamente nei prossimi round parlamentari delle riforme istituzionali.   IL BIVIO DI ALFANO Se per il momento l’area legata a Fitto esclude categoricamente l’ipotesi di un addio al partito («non è assolutamente all’orizzonte» ripetono dall’entourage dell’europarlamentare) è anche perché non è che gli altri lidi offrano sponde particolarmente attraenti. Il Nuovo Centrodestra, già uscito malconcio dalle Europee, ha deciso di legare il suo destino ai «mille giorni» del governo Renzi. Una prospettiva alla quale, però, sembra non credere più neanche il premier, alle prese con una crisi di cui non si intravede la fine e con un drastico calo di popolarità. E così Alfano, non potendo escludere il ritorno al voto nel 2015, ha cominciato a segnare sempre più marcatamente le distanze dall’esecutivo, dalla questione del lavoro a quella della sicurezza. Il dialogo in vista delle Regionali è stato avviato, l’ammissione ufficiale nel Ppe è stato un altro passaggio importante. Il problema è che gran parte del partito resta assai riluttante all’ipotesi di riabbracciare Forza Italia. Da Schifani a Cicchitto, da Quagliariello alla Lorenzin, sono in tanti quelli che preferirebbero un nuovo polo di centro o, in alternativa, addirittura un accordo con il Pd renziano. E così i vari Lupi, De Girolamo o Saltamartini rischiano di restare isolati.   LA STRATEGIA LEGHISTA Anche perché, da parte di alcuni alleati, non sembrerebbe esserci tutta questa voglia di riaccogliere gli alfaniani. È il caso della Lega, che per bocca del suo segretario Matteo Salvini ha lanciato strali pesantissimi nei confronti dell’attuale ministro dell’Interno. Apparentemente, il Carroccio sembra il partito più in salute nell’orbita del centrodestra. La campagna anti euro del leader l’ha riportata a livelli importanti di consenso, e da questo punto di vista la linea di Salvini appare inattaccabile. Ma già prima dell’estate l’altro leader leghista in rampa di lancio, Flavio Tosi, aveva provato a metterla in discussione. «A che serve prendere tanti voti - il senso del suo ragionamento - se poi ci si isola e ci si condanna all’opposizione permanente». Una linea alla quale, negli ultimi giorni, si è avvicinato anche il governatore lombardo Roberto Maroni, che lungi dal «mai con Alfano» pronunciato da Salvini, ha riaperto le porte al ministro dell’Interno. Magari spaventato dalla possibilità che, in caso di un mancato accordo per le Regionali, possano essere messe a rischio le Giunte di Lombardia e Veneto. Che proprio sull’accordo tra FI, Ncd e Lega si reggono. Il puzzle appare di non facile ricomposizione, specie se si dovesse realmente tornare al voto nel 2015. E così il centrodestra rischia di sprecare una grossa opportunità. Perché in uno dei periodi peggiori della sua storia i sondaggi lo danno ancora sopra il 30%, considerando anche l’apporto di Fdi-An. Una distanza non incolmabile dal centrosinistra, se solo davvero le forze moderate fossero in grado di ritrovare una piattaforma unitaria.

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