Un vero e proprio terremoto giudiziario scuote il Partito Democratico. Matteo Richetti e Stefano Bonaccini risultano indagati per peculato dalla Procura di Bologna nell’ambito dell’inchiesta sulle «spese pazze» della Regione Emilia Romagna. Entrambi, fino a ieri, erano candidati alle primarie per la scelta del candidato successore a Vasco Errani, dimessosi a sua volta in anticipo sulla fine del mandato per una condanna per falso ideologico. Matteo Richetti, renziano «della prima ora», si era in realtà ritirato dalla corsa già prima che la notizia delle indagini a suo carico diventasse pubblica, e dal suo entourage assicurano che la sua scelta - nonostante la sospetta coincidenza temporale - non sia in nessun modo legata al caso giudiziario. Lo stesso Richetti l’aveva motivata richiamandosi alla volontà di preservare l’unità di un partito in pesante imbarazzo per la sfida tra due «pezzi grossi». Bonaccini, invece, si è già detto pronto a chiarire tutto in Procura e ha assicurato che, per ora, non ha alcuna intenzione di ritirarsi dalla competizione, dopo aver presentato entro il termine di ieri le firme necessarie alla candidatura. Fatto sta che ora lo svolgimento delle primarie appare quantomeno in dubbio, con Renzi che potrebbe avocare a sé la questione e provare a risolverla da Roma. Magari, chissà, rilanciando l’ipotesi Graziano Delrio, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dato più volte, negli ultimi mesi, in uscita da Palazzo Chigi. L’indagine su Richetti e Bonaccini riguarda altri 8 consiglieri regionali del Pd all’epoca dei fatti. Non è escluso che possano essere stati iscritti al registro degli indagati anche esponenti degli altri partiti. Nel mirino dei pm le spese dei gruppi consiliari tra il 2010 e il 2011, tra cui milioni di euro sperperati in cene e buffet. Richetti, in particolare, all’epoca era presidente del Consiglio Regionale e ai suoi danni pesavano anche le accuse di due ex consiglieri del MoVimento 5 Stelle, che all’epoca ne avevano denunciato un presunto «uso allegro» delle auto blu. Non proprio un’accusa edificante per chi aveva ricevuto un premio, il «Forbici d’oro», per il suo impegno nei tagli dei privilegi dei membri del Consiglio. Ma non è l’unico «alto e basso» della sua vita politica. Renziano della prima ora, Richetti aveva visto raffreddarsi negli ultimi tempi i rapporti con il premier. Al punto che la sua decisione di candidarsi alle primarie per la presidenza della Regione aveva destato più di un malumore. Perché avrebbe sfidato un altro «pezzo grosso» del partito, quello Stefano Bonaccini, anch’esso modenese, che da bersaniano si era recentemente convertito sulla via del renzismo ed era sostenuto dal cosiddetto «apparato». Lo stesso Matteo Renzi, intervenuto alla Festa dell’Unità di Bologna, aveva bonariamente rimproverato i due per aver «creato un bel casino». E si racconta di diverse pressioni romane per convincere Richetti al passo indietro. Quelle pressioni che - pur smentite dal partito - almeno inizialmente sembravano la causa del ritiro dalla competizione. «L’unità è un valore che non va solo dichiarato, ma anche praticato. Per questo non metterò in campo la mia candidatura» aveva scritto ieri in un post su Facebook. Poi la notizia delle indagini che getta una luce totalmente diversa sulla vicenda. Anche perché nei giorni scorsi alcuni esponenti del Pd si erano recati in Procura per fare istanza, attraverso i propri legali, per sapere se ci fossero procedimenti a proprio carico. E tra questi risultava, appunto, proprio Matteo Richetti.
Primarie Pd in Emilia Indagati i 2 candidati
Sono Richetti (che si ritira) e Bonaccini sott’inchiesta per le «spese pazze» in Regione
