Mai una serata mondana o un salotto; l’unico passatempo pare che sia una partita a scopa tra amici; si tiene lontano dai ristoranti alla moda e preferisce cenare con la scorta a Eataly oppure in pizzeria; non ha tempo neppure per andare dal dentista (tant’è che lo si è visto per parecchi giorni senza un incisivo); per non parlare della scarsa fantasia nel vestiario (pare che abbia una collezione di maglioni neri tutti uguali). È questo il ritratto di Sergio Marchionne che ha determinato la svolta della Fiat come strategia aziendale innanzitutto ma anche come stile. Nulla lo accomuna all’Avvocato. Non c’è nulla di glamour nella sua vita e nessun magazine di cronaca rosa si è mai sognato di mettersi sulle sue tracce. Troppo complicato giacchè è difficile che dorma per due notti cnsecutive nella stessa città. Ma anche scarsamente proficuo. La sua vita privata è avvolta dal più stretto riserbo. All’inizio i salotti torinesi hanno provato a invitarlo come avevano fatto in precedenza con Romiti e Paolo Fresco ma ben presto si sono accorti che era fatica sprecata. Ha un appartamento molto informatizzato per permettergli di essere sempre operativo, come in ufficio. Si è fatto anche installare un sofisticato impianto stereo. Perché il capo della Fiat ama la musica. Classica, ma soprattutto jazz. Questo stile, asciutto, essenziale, al limite del burbero lo tira fuori ad ogni occasione ufficiale. Che l'italiano venuto dal Canada non fosse un manager come gli altri si era capito «alla velocità della luce» (per usare un'espressione a lui cara): da come ha snellito in pochi mesi la struttura direzionale del gruppo, accantonando «oltre ai pachidermi annidati negli uffici» anche i manager che non si sarebbero integrati nel suo progetto; dalle mosse da manager americano, come l'andare a pranzo alla mensa di Mirafiori; dal modo di spiazzare i sindacati, che fino al 2007 lo applaudivano compatti e si sono poi divisi in feroci polemiche. Un personaggio, insomma, che il sistema Italia ha fatto fatica a classificare. Ma soprattutto è quello che ha segnato l’addio della Fiat da Confindustria. Uno strappo doloroso determinato dal fatto che l’associazione non era più al passo con i tempi, non era più rappresentativa del mondo industriale. Uno strappo che ha aperto a una lenta diaspora e ha avviato la Confindustria a una progressiva perdita di ruolo e potere.
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