Una «finta» partita IVA, un accordo di lavoro, massima disponibilità e uno stipendio «nero» di 600 Euro. Gli ingredienti per mandare in malora la carta dei diritti del lavorato ci sarebbero tutti. A scivolare su norme sulle quali spesso datori di lavoro fanno orecchi da marcante non sarebbe il volpone di turno ma Teresa Bellanova, sottosegretario al Lavoro del Governo Renzi. L'ex sindacalista insieme a Salvatore Capone, un passato da segretario provinciale del Pd Lecce e un presente da onorevole, sono stati trascinati in Tribunale da Maurizio Pascali, ex addetto stampa del Pd Lecce. Questa è la storia dello «schiavo del comunicato stampa», come lo chiamano alcuni dirigenti democratici, che ha deciso di squarciare il velo dell'omertà e rivendicare nei fatti diritti sbandierati a parole. Maurizio Pascali, 45 anni di cui 27 vissuti da precario, sostiene di aver lavorato 39 mesi per i due parlamentari pugliesi senza orari, dovendo garantire disponibilità nel week end e senza contratto. Pascali inizia la collaborazione nel 2010. «A fine mese - dice l'avvocato Maria Lucia Rollo- il mio cliente emetteva fattura. Aveva dovuto aprire una partita Iva e, quindi, dai 1500 euro lordi, doveva sottrarre contributi, tasse e altro. Il risultato, come detto, erano i 600 euro al mese pagati a volte al termine dei 30 giorni, altre dopo 2-3 mesi. L'attività svolta da Maurizio - ed attestata nelle lettere di referenza firmate di proprio pugno dai due onorevoli - non si è mai formalizzata in alcun contratto, per questo è tecnicamente corretto parlare di lavoro nero». Il paradosso continua anche quando, nel 2012, la legge Fornero - di cui la Bellanova fu relatrice in Aula - cambia le regole e stabilisce che le partite Iva, con monocommittenza, sono «finte». Le strade possibili erano due: o trasformare il contratto oppure stabilire un rapporto di lavoro subordinato. Per Pascali, invece, non cambia nulla e per questo decide di andare via e rivendicare i propri diritti. In prima battuta l'avvocato tenta una conciliazione, senza uscire dall'impasse, dopodiché la strada porta dritta al Tribunale del Lavoro. La richiesta avanzata da Pascali è il riconoscimento di un rapporto di lavoro con contratto nazionale di categoria e con annessa differenza economica non corrisposta fino a quel momento: tfr, contributi, indennità e lavoro straordinario. Il Tempo ha cercato di contattare i due deputati che, tramite l'avvocato Fernando Caracuta, hanno formalmente diffidato la pubblicazione della notizia. Nella nota si legge che «la ricostruzione di Pascali è incredibile, scorretta sotto tutti i profili e a dir poco colpevolmente fantasiosa. Tra Pascali e l'onorevole Bellanova c'è stata solo, nel periodo marzo-maggio 2013, una più stretta collaborazione svolta in modo assolutamente autonomo e per la quale egli è stato regolarmente compensato». La questione non finisce qui. Per l'ex addetto stampa oltre al danno di non vedersi riconosciuti i propri diritti c'è la beffa di dover pagare un conto salatissimo recapitatogli dal commercialista, che è anche tesoriere del PD, di quasi 15 mila euro per aver curato la parte contabile. Ironia del caso la raccomandata gli arriva, dopo 4 anni di totale silenzio, nel mese di giugno 2014, a pochi giorni dalla lettera di conciliazione inviata agli onorevoli. «Maurizio ha lavorato tre anni e tre mesi, accumulando un reddito lordo di 27 mila euro- dice Rollo-. Su questi ha versato contributi per un totale che supera i 7 mila euro; se si detrae la parcella del «commercialista» restano circa 5 mila euro. Insomma Pascali avrebbe lavorato a circa 4 euro lordi al giorno». A sbrogliare la matassa sarà il Tribunale del Lavoro.
«Sfruttato da un sottosegretario di Renzi»
La denuncia di un addetto stampa: operavo con finta partita Iva e a uno stipendo nero
