Era la forza di Roma antica: Ostia, il porto alla foce del Tevere. Per la leggenda, fondata da Anco Marcio uno dei sette re. Per la storia, garantiva a Roma lo sbocco al mare. Roma non correva i rischi delle città costiere, pur avendone ogni beneficio grazie al fiume. Le merci sbarcavano a Ostia e risalivano la corrente su zattere trainate da bufali, in cammino lento lungo le vie Ostiense e Portuense, strade del commercio, i primi due grandi lungotevere della storia. In quel tempo il fiume era pulito e navigabile, esistevano i porti fluviali e Ostia era una grande città presidio, avamposto di Roma. Se Ostia cadeva, Roma era in pericolo. Ostia segue la storia di Roma e viceversa. Roma si contrae nel medioevo concentrandosi attorno al fiume, così come Ostia medievale si sviluppa attorno alla chiesa di sant'Aurea cambiando anche nome e diventando Gregoriopoli perché fondata da papa Gregorio IV nella prima metà del IX secolo. Ancora oggi là c’è un castello voluto da un altro papa, Giulio II, all’inizio del XVI secolo. Gli scavi di Ostia Antica, il Borgo Medievale attorno al castello, l'Isola Sacra, la città di Porto (Fiumicino) sono lo specchio della storia di Roma. Ne riflettono le vicende raccontando storie. Prima l'espansione, poi l'impero, poi il cristianesimo e i martiri ostiensi, poi ancora il medioevo con il vescovo di Ostia importante al punto da incoronare il papa, poi l'Umanesimo di Baccio Pontelli, architetto fiorentino del Castello di Giulio II, poi il Rinascimento e gli affreschi visibili ancora oggi nell'Episcopio, via via fino alla bonifica di tutto il territorio da parte dei ravennati. Ricordo le sensazioni nel camminare negli scavi di Ostia Antica. Le case, le strade, i resti, il Piazzale delle Corporazioni. Già, il Piazzale delle Corporazioni. A terra, un mosaico a coprire una superficie enorme. Un grande portico di tanti magazzini disposti sui quattro lati. A terra, sul mosaico, le targhe di commercianti emarginai di ieri. Navicularii carmelitani, si leggeva e si legge: «marinai di Cagliari». Lo dichiarava l’iscrizione a mosaico e tutti sapevano di trovarsi di fronte allo spazio dei marinai sardi. Passeggiando su quei mosaici mi sembrava di rivedere viva la vita in quell’area. Con le botteghe piene di gente di mezzo mondo, in un caos di voci, di lingue, di colori. I marinai di Cagliari discutevano con quelli di Cartagine e insieme fissavano un accordo per la merce appena arrivata in porto. L’affare era fatto e i rappresentanti commerciali delle due città si affacciavano sul piazzale e si stringevano la mano. La vita di ieri si ripresentava nell’oggi, guardando le figure di quei mosaici. Anche se oggi quelle tessere sono in buona parte saltate via, i tetti e le murature sono praticamente inesistenti. Ma anche quelle mancanze parlano chiaro: raccontano la fine di quella città. Quando i commerci diventavano sempre più rari, quando non bastavano i soldi per restaurare i danni del tempo, quando sempre meno gente si affacciava sul piazzale e quando le botteghe di quel piazzale ormai vuoto si trasformano in abitazioni provvisorie di pastori e contadini non più in grado di capire il senso di quelle lettere scritte per terra. Sulla città antica era passato il tempo, trasformando il presente in passato. Oggi ne sta passando troppo. Erba, incuria, abbandono, degrado. Denunciare è facile e non si risolve il problema. Ma qualche risposta è stata data ai monumenti di Roma in questi ultimi anni. A fronte dell’avanzare delle erbacce, la Sovrintendenza capitolina ai Beni Culturali aveva immaginato un accordo con il Ministero di Grazia e Giustizia. I detenuti in regime di semilibertà lavoravano nelle aree archeologiche. E come lavoravano! Non ricordo tanta passione, tanta dedizione, tanto entusiasmo nonché un paio di lauree prese da qualche detenuto recuperato così anche alla vita sociale. Risultato: una pulizia raggiunta nonostante i cavilli lasciati liberi di scorrazzare sulle strade ordinarie della burocrazia. Ricordo una convenzione con il Touring Club Italiano, pronto ad assicurare la presenza di volontari per affiancare (mi raccomando: «affiancare», non surrogare, né esautorare) il lavoro dei custodi. Risultato: più aree aperte al pubblico. Ricordo la sussidiarietà applicata nell’affidare l’apertura di altre aree a gruppi organizzati, ovviamente con un bando regolare. Poi di fronte alla mancanza di fondi (credo sia nata prima dei fondi), si è guardato ai privati. E così tratti delle mura aureliane sono state restaurate con la pubblicità di cantiere, facendo (ri)nascere allora (era il 2010) l’idea della collaborazione pubblico/privato. In quel momento prese forma la possibilità di far restaurare il Colosseo con un finanziamento esterno: così la Piramide di Caio Cestio, la Fontana di Trevi, alcune fontane storiche di Roma. Ricordo ancora il dare in affitto luoghi storici, ferma restando la loro tutela. Certamente sto dimenticando tante altre realizzazioni con le quali i beni culturali di Roma Capitale sono diventati una fonte di reddito. Mentre non ho dimenticato le polemiche in margine a questi tentativi andati a segno. Oggi, pare, sia meno blasfemo ragionare in questi termini, nonostante il «quieta non movere» di buona parte dei tecnici conservatori (latu sensu). A proposito: c’è chi ha immaginato Ostia Antica ben più estesa di quanto non si immaginasse. Ecco: quieta non movere. Non venga a nessuno in mente di scavare ancora per trovare risposte a quell’ipotesi. Ci si concentri a mantenere quanto ancora oggi sopravvive.
La storia alle ortiche
di Umberto Broccoli, già Sovrintendente ai Beni Culturali di Roma Capitale