Politica

Le primule rosse dal mitra alla penna

Dopo il carcere una raffica di pubblicazioni

Hanno ferito, rapito, ucciso. Hanno sconvolto l’Italia per oltre dieci anni. Anni che, grazie a loro, sono stati ribattezzati «di piombo». Poi si sono raccontati, sono saliti in cattedra, hanno discettato, criticato il «sistema», a volte cercato di giustificarsi. Altre, con maggiore onestà intellettuale, semplicemente di spiegare perché avevano preso quella strada sanguinaria, feroce, fatale per le vittime e galeotta per loro (ma, per alcuni, non troppo). La regola è che la Storia la scrivono i vincitori. Ma in questo Paese bizzarro e dalla memoria corta sono loro, i vinti del terrorismo rosso, a tracciarla. Poche le alternative per chi non c’era e vuole sapere, capire, farsi un’idea di quello che è stato il brigatismo & co. La scena è riservata a fondatori, militanti, semplici esecutori che pubblicano con importanti case editrici, vengono intervistati da giornali e tv. Chi tre decenni fa attendeva le sue vittime nel buio con una P38 in pugno, oggi viene invitato a prestigiose iniziative editoriali, come i saloni del libro che pullulano nella città della Penisola, o a eventi «patrocinati» da amministrazioni pubbliche, come accadrà giovedì a Carpineto Romano per l’ultima fatica di Barbara Balzerani. Uno dei primi che, abbandonato il mitra, ha impugnato la macchina da scrivere è stato proprio Renato Curcio, «padre» delle Bierre, attuamente scrittore-editore. La sua partecipazione a dibattiti è stata spesso occasione di polemiche. Ma è continuata imperterrita. Tra i suoi numerosi titoli, «L'azienda totale. Dispositivi totalizzanti e risorse di sopravvivenza nelle grandi aziende della distribuzione», «Razzismo e indifferenza», «I dannati del lavoro. Vita e lavoro dei migranti tra sospensione del diritto e razzismo culturale», quest’ultimo uscito con la sua casa editrice «Sensibili alle foglie». Ma anche gli altri scrivono a più non posso. Alberto Franceschini, anche lui uno dei fondatori delle Brigate, ha spiegato con Giovanni Fasanella «Che cosa sono le Br», ma ha ricordato anche i bei tempi andati nel libro «Mara, Renato e io» e ha vergato di suo pugno «La borsa del presidente. Ritorno agli anni di piombo». Sergio Segio ha descritto la «sua» organizzazione, alla quale aderì anche MArco Donat Cattin, figlio dell’allora capocorrente della sinistra Dc, ricordando una «Vita in Prima Linea». E ha scritto pure, per ribadire il concetto, «Miccia corta. Una storia di Prima Linea». Valerio Morucci, uno dei carcerieri di Moro, ha disegnato il «Ritratto di un terrorista da giovane» e si è pure dilettato nella narrativa, con «Il caso e l’inganno. Le indagini del commissario Amidei», «A guerra finita. Sei racconti» e «Klagenfurt 3021», nel quale il protagonista è Matteo, «un uomo di mezz’età con un trascorso nella lotta armata» testimone dell’omicidio di un anziano uomo d’affari». Dalla mitra alla penna sono passati anche Mario Moretti, Gerladina Colotti e Prospero Gallinari, scomparso nel gennaio 2013 dopo essere stato scarcerato per motivi di salute. Il primo ha scritto con Rossana Rossanda e Carla Mosca «Brigate Rosse, una storia italiana». La seconda ha pubblicato reportage dall’America Latina, come «Talpe a Caracas», racconti autobiografici come «Certificato di esistenza in vita», che parla anche delle disumane condizioni cercerarie, e novelle come «Il segreto», «consigliato da 12 anni in su». Gallinari, accusato di aver ucciso il presidente democristiano e poi scagionato da Moretti proprio nel volume di cui sopra, ha firmato «Dall’altra parte. L’odissea quotidiana delle donne dei detenuti politici» e «Un contadino nella metropoli. Ricordi di un militante delle Brigate Rosse». Ricordi, rivisitazioni, rivendicazioni. Quasi mai una parola sulle vittime. Sui danni irreparabili e sulle ferite inguaribili che gli illustri «autori» hanno provocato.

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