C’è il Partito democratico di Matteo Renzi. E poi c’è il Partito democratico. Sulle riforme all’interno del Nazareno si respira un’aria da guerra civile, con il gruppo parlamentare al Senato spaccato. Renzi ha già chinato la testa con la presidente della commissione Affari costituzionali Anna Finocchiaro, anteponendo la riforma del Senato all’Italicum. Ora il braccio di ferro è sul Ddl costituzionale presentato dal governo sul Senato delle Autonomie e sul Titolo V. L’assemblea dei senatori Dem non scioglie il nodo della proposta di riforma di Palazzo Madama alternativa a quella di Palazzo Chigi presentata da 25 parlamentari. Una nuova riunione è convocata per martedì prossimo. L’obiettivo della maggioranza renziana è giungere all’approvazione in prima lettura entro il 25 maggio. La diplomazia è al lavoro ma le parti restano distanti. Vannino Chiti, primo firmatario della «controriforma», conferma la propria linea: sì al superamento del bicameralismo perfetto con una «buona riforma», ma «il Senato deve restare elettivo», dice Chiti precisando che «l’intenzione non è quella di creare ostacoli al governo». Durante la riunione a Palazzo Madama, il capogruppo Zanda chiede di lavorare a una mediazione per tenere una linea unitaria, ma all’interno dei paletti fissati dal Ddl licenziato dall’esecutivo: niente indennità, nessuna fiducia al governo, elezione di secondo grado, il no voto di bilancio. Corradino Mineo, uno dei firmatari del Ddl Chiti, avvisa però Renzi: sulla «controriforma» in Senato si potrebbe trovare una maggioranza diversa con la minoranza Dem, il M5S, i centristi e la destra. Di opposto avviso il renziano Andrea Marcucci che sottolinea il fatto che il Ddl del governo è stato approvato all’unanimità dalle forze politiche della maggioranza che siedono in Consiglio dei ministri e rientrerebbe, di fatto, nel voto di fiducia al governo. Ma avrebbe aperto a possibili modifiche rispetto ai 21 senatori nominati dal Capo dello Stato e alla rappresentanza in modo proporzionato delle Regioni. Nicola Latorre e lo stesso Marcucci chiedono comunque a Chiti di ritirare il Ddl che prevede il Senato elettivo. Richiesta rispedita al mittente da Felice Casson: «Prima viene la Costituzione. Il nostro testo resta». Zanda però frena: «Parlare di scontro o di spaccature nel Pd non rispecchia il reale andamento di un dibattito molto rispettoso» durante il quale è emersa invece «una forte sintonia su tante questioni di merito» con «un confronto serio e sereno con quei senatori del gruppo che sostengono una posizione di minoranza». Zanda conferma comunque l’obiettivo di varare la riforma in prima lettura al Senato entro il 25 maggio, «scadenza ultima» indicata da Renzi, «rispettando tempi e unità del gruppo. Abbiamo tenuto già quattro assemblee, continueremo il nostro dibattito interno nel modo più approfondito possibile. Però molto presto dobbiamo arrivare a una posizione unitaria». Ma i firmatari del Ddl Chiti non indietreggiano: «Crediamo che qualunque cambiamento migliorativo non debba essere percepito come un tabù o come il tentativo di sabotare l’impianto delle riforme». Il costituzionalista e deputato Pd Giuseppe Lauricella - autore dell’emendamento che aveva legato legge elettorale e riforma del Senato - rilancia: Palazzo Madama elettivo e niente liste bloccate. Con buona pace per la «scomunica» renziana arrivata per bocca di Simona Bonafè: «Sul tavolo c’è solo il testo del governo». Il Ddl dell’esecutivo - firmato senza correzioni dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano - è arrivato ieri sera a Palazzo Madama, dov’è stato assegnato alla commissione Affari Costituzionali. I grillini dal canto loro sottolineano che il Ddl Chiti «è praticamente la nostra proposta fotocopiata» e il capogruppo M5S Maurizio Santangelo parla apertamente di «parecchie similitudini», aprendo alla minoranza Dem.
Un partito e due riforme. Il Pd si spacca
Chiti non ritira il Ddl costituzionale alternativo e sfida il premier. «Sul Senato elettivo intesa possibile con centro, M5S e destra»
