Politica

Quel Pantheon da D’Annunzio a Rino Gaetano

L'obiettivo è spiegare a chi non c'è, e da lontano critica, che la destra in Italia è qualcosa di molto antico. Troppo, per legarla semplicemente allo schema «da Fiuggi a Fiuggi». E nessuno, tantomeno Gianfranco Fini, può sentirsi titolare di un'ideologia e distribuire patenti di credibilità. Anzi, quel «ventennio» che va dal 1995 ad oggi, sembra quasi rimosso. «Da Giorgio a Giorgia», semplifica Ignazio La Russa. E allora, meglio guardare più indietro. Molto più indietro. A partire dal risorgimento, «che Ignazio l'ha vissuto da testimone», scherza la Meloni. Nell'elenco dei punti di riferimento c'è ovviamente Goffredo Mameli, che col suo inno ha dato anche il nome al partito. E c'è Enrico Toti, l'eroe con la stampella della I Guerra Mondiale. In realtà la Meloni non lo cita, ma in platea è presente la pronipote di Toti, che dopo il discorso della leader l'abbraccia e le sussurra all'orecchio: ti stimo tanto. Si passa da Italo Balbo, l'unica concessione più evidente al ventennio mussoliniano, per approdare a epoche più recenti. Con qualche sorpresa: ad esempio Pier Paolo Pasolini. Quel Pasolini, per lo meno, che parlava della «destra divina che è dentro di noi». L'obiettivo, come diceva Giuseppe Prezzolini quando citava le «due Italie» - quella che crea e quella che assorbe - è tracciare una linea tra ciò che è giusto - non importa se di destra o di sinistra - e ciò che non lo è. Per la Meloni è giusta la lotta al fianco dello Stato, la lotta per la legalità, la lotta di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Mentre non è giusto scappare per non pagare le proprie azioni. Non è giusto Cesare Battisti. In platea Alberto Torregiani applaude. Lui, vittima che ormai dispera di veder punito il carnefice del padre. Vittime, appunto. A volte si può essere uniti nel destino, ma non nella reazione. Perché se Fabrizio Quattrocchi ha accettato con dignità di morire "come un italiano", Giuliana Sgrena, non ne ha dimostrata altrettanta da libera, contrastando in ogni modo l'assegnazione a Quattrocchi di una medaglia. E come non citare i due marò Latorre e Girone? Loro sono dalla parte dei giusti per la compostezza con cui hanno affrontato una detenzione assurda di fronte a un Paese, l'Italia, che ingiustamente ha cominciato troppo tardi ad alzare la voce per loro. Non c'è solo l'attualità: il pantheon culturale riveste in politica un'importanza fondamentale, e la Meloni non si sottrae. Cita l'intellettuale contemporaneo di destra per antonomasia, quel Marcello Veneziani che potrebbe presto assumere un incarico importante nella Fondazione Alleanza Nazionale, e dedica a Gabriele D'Annunzio (non solo lo scrittore, ma anche e soprattutto l'eroe di Fiume) uno dei ritratti ospitati ai bordi del palco. C'è Ennio Flaiano, la cui immagine è stampata ai lati della platea e consegna, oltre agli inconfondibili baffi, anche un aforisma quantomai appropriato: «Io non sono comunista perché non me lo posso permettere. I ricchi vanno aiutati, abbiamo già troppi poveri». E c'è anche Cervantes. O meglio, il suo Don Chisciotte. «E scusatemi se mi identifico in lui - precisa la Meloni - piuttosto che in quelli che lo accusano di essere pazzo». Infine non può mancare, anche se solo in un rapido passaggio, Il Signore degli Anelli di Tolkien. Lettura obbligata per più generazioni di destra, anche se stavolta la leader di Fdi-An la usa sostanzialmente per ironizzare sull'aspetto fisico di chi prende parte a questa avventura: «Qualcuno ci vede come la famiglia Addams - dice mentre sullo sfondo appare un fotomontaggio con Crosetto nei panni di zio Fester - ma io preferisco immaginarci come la Compagnia dell'Anello». Infine i riferimenti "pop". Da Corto Maltese, per il quale «le migliori risposte si danno quando non ci sono domande», per arrivare a Rino Gaetano. Dal profeta dell'informatica Steve Jobs all'inevitabile Atreju. Lui, il personaggio de La Storia Infinita che da oltre 15 anni dà il nome alla manifestazione che la Meloni dedica alle nuove generazioni di destra. Di quel romanzo, la leader cita una frase dei «cattivi». «È più facile dominare chi non crede in niente». Loro, quelli di Fratelli d'Italia, vogliono invece provare a credere. Come ha fatto Edoardo, 19 anni, seduto nelle prime file. Militante politico in un'epoca in cui la militanza è sempre più difficile e meno affascinante. Per farlo, l'unica strada - come suggeriscono le parole scritte sotto il palco - è essere «liberi» e «coraggiosi». E da queste parole parte l'ultimo richiamo del pantheon meloniano: «La destra è coraggio o non è, è libertà o non è». Parole e musica di Almirante. Un primo piano intensissimo dello storico segretario del Movimento sociale italiano compare sul maxischermo proprio mentre parla la leader. L'applauso parte spontaneo. La Meloni si ferma e si volta a guardare, anche lei, quella foto. Forse penserà alla responsabilità. Forse si sente solo di dedicargli un ringraziamentto silenzioso. Da Giorgia a Giorgio.

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