Minacce su minacce a personaggi come Ciancimino jr e magistrati del calibro di Nino Di Matteo. Ma che sta succedendo a Palermo? Sin dalle sue prime battute il processo sulla presunta trattativa stato-mafia ha interessato i media e l’opinione pubblica più per alcuni episodi di intimidazione a singole persone che non per i suoi veri contenuti. Partiamo con Massimo Ciancimino, figlio del sindaco mafioso di Palermo, depositario (dice lui) di scottanti verità, inquisito per calunnia e supertestimone allo stesso tempo. Lo scorso settembre il ragazzo ha tentato di leggere in aula una di queste lettere anonime, mentre la Corte lo invitava ad attenersi alle tematiche del dibattimento. A una disamina serena dei fatti le ragioni dell’insistenza del Ciancimino nel voler conclamare pubblicamente i contenuti di queste missive non paiono solo dovute al timore per la propria incolumità; secondo alcuni potrebbero avere anche una spiegazione diversa. Infatti tutta la corrispondenza anonima a lui pervenuta sin dal 2009, anno in cui sarebbero iniziate a comparire le minacce, pare caratterizzata da un denominatore comune dalla natura piuttosto singolare per questo genere di scritti, e così peculiare da far pensare ad un unico autore responsabile: nei messaggi infatti compaiono più riferimenti alle dichiarazioni ed agli atti del teste aventi come scopo apparente quello di rinfacciargli le ragioni di «punibilità» per le sue «rivelazioni». Riferimenti che però, ben veicolati dai media, finiscono per trasformarsi, di fatto, in conferme indirette della veridicità delle sue testimonianze, della bontà del suo operato, del suo coraggio, della sua dirittura morale, della sua posizione di «eroe scomodo» che tutto da solo si prende la briga di fronteggiare le oscure forze dello stato mafioso in combutta per nascondere la verità sulla trattativa e sulle stragi. In sostanza, questi testi anonimi, finiscono per rappresentare una forma indiretta di apologia del Ciancimino e dell’inchiesta da lui supportata, cammuffata da improbabile minaccia. Così ad esempio, nella lettera da lui portata in udienza, si inizia con il conferimento di un bel diploma di coraggioso alleato della magistratura «anti-berlusconiana»: «Lei di fatto si è palesemente schierato con il "partito dei giudici", quello stesso partito che ... vuole minare la già precaria stabilità del nostro paese con processi a Berlusconi per delle stupide e banali feste private». Una critica che si potrebbe anche prendere sul serio, se confinata nel contesto mittente-destinatario, ma che invece, diffusa dai media, non può sortire ad altro risultato che al plauso ed all’ammirazione, da parte del copioso popolo anti-Cavaliere, per Ciancimino. Proprio come un’altra lettera anonima giunta nel 2010, alla vigilia dell’uscita in libreria del volume «Don Vito», di Francesco La Licata e (appunto) Massimo Ciancimino, con allegati ben 5 proiettili di kalashnikov, tanti da suscitare scalpore e quindi una certa reclame, quand’anche non pianificata, per il lancio del libro. In quella missiva Ciancimino veniva definito come uno che «ignaro del disegno altrui, oggi rappresenta uno strumento di lotta». La «lotta», sarebbe sempre, come già nell’altra lettera, quella attuata dai magistrati in contrasto a Berlusconi & C.: «Oggi lei e le sue dichiarazioni contribuiscono ad infangare illustri personaggi che hanno lavorato per potere garantire una Italia libera ed anticomunista. Mentre oggi il nostro governo (nel 2010 il premier in carica era Berlusconi ndr ) tenta di salvare posti di lavoro, milioni di euro di ignari contribuenti e numerosi servitori dello stato vengono impegnati in inutili inchieste ...». Insomma, una strana forma di minacciare e dissuadere un testimone: anziché limitarsi all’intimidazione o alla sua denigrazione oggettiva, lo scrivano pretenderebbe di convincere il Ciancimino a tacere, in virtù di una «ragion di stato berlusconiana ed anticomunista», accreditando così e supportando di fatto i suoi apporti testimoniali in quanto tali, ed inquadrandoli come qualcosa di capace di minare alle fondamenta la politica del Cavaliere. Quando poi l’anonimo scrive: «QUESTO PROCESSO IMBARAZZA TUTTI (sic: tutto maiuscolo ndr ) Deve essere fermato» e «L'Italia non può affrontare un processo mortificante in questo preciso momento storico», con riferimento al processo sulla trattativa, finisce di fatto col conferire credito, importanza, impulso, al processo medesimo, deviando l’attenzione dai fatti veri che invece oggi gravano su questo evento giudiziario, quali, ad esempio, le motivazioni della sentenza di assoluzione del generale Mori dall’accusa di favoreggiamento di Provenzano (una vera debacle, per l’accusa), la sostanziale carenza di prove solide o di novità testimoniali determinanti, le accuse di calunnia, falso, ed altri reati gravi di varia natura pendenti su testi-chiave del processo, la più che probabile presenza agli atti di fotomontaggi o artefatti, prodotti dal Ciancimino, già rigettati per presumibile «non autenticità» in altre sedi giudiziarie, e qui in attesa di verifica, come bombe ad orologeria. Si veda poi, come l’anonimo definisce il giudice del trascorso processo «Mori-Obinu»: «Il presidente Fontana un giudice serio che riesce ancora a scindere la ragion di stato dalla semplice criminalità organizzata». Così se qualcuno aveva qualche dubbio che l’assoluzione di Mori in Corte d’assise non fosse il frutto della libera coscienza dei giudici ma di una oscura «ragion di stato», ora, visto il giudizio dell’anonimo «scrivano mafioso», potrà fugarli. Ma queste «atipiche» intimidazioni di Ciancimino, se non proprio in quella di Palermo, in qualche altra procura, alcuni dubbi paiono averli suscitati: come quella di Bologna. Interessata dal 2009 dalle denunce sporte da Ciancimino per lettere anonime, altri proiettili di kalashnikov, e minacce di vario tipo a lui indirizzate al domicilio della moglie, ha pensato bene di mandare tutto all’archiviazione, a seguito di alcune risultanze d’indagine che hanno portato i pm felsinei a ritenere «fasulle» le denunce del superteste. Nello specifico, Ciancimino avrebbe raccontato ai pm alcuni dettagli relativi alle modalità di «ricezione» delle minacce, cercando di coinvolgere nei tentativi di condizionarlo, anche un dipendente dei servizi segreti, Rosario Piraino. Dettagli però smentiti dal girato di una telecamera piazzata presso la sua abitazione dagli inquirenti bolognesi, all’insaputa del Ciancimino. Piraino poi, ha saputo dimostrare, con prove solide, che il giorno in cui Junior lo descriveva come presente sull’uscio della sua casa di Bologna per convincerlo a rinunciare alla sua collaborazione giudiziaria, lui era a Palermo. Ecco perché la telecamera dei magistrati, laddove il teste avrebbe descritto come presente un oscuro 007 ad irretirlo, ha ripreso soltanto il vuoto. (1 – continua)
Il processo delle minacce incrociate
Intimidazioni e lettere anonime imperversano su tv e giornali
