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Risolto il rebus Imu Salta la seconda rata

Il conto girato alle banche con maxi acconti Mancano 500 milioni di rimborsi ai Comuni

Cancellata la seconda rata dell’Imu sull’abitazione principale. L’atteso decreto è stato approvato dal Consiglio dei ministri insieme alla rivalutazione delle quote della Banca d'Italia. L’abolizione del saldo di dicembre dell’imposta vale anche per i fabbricati rurali e i terreni agricoli per la parte coltivata. Restano fuori i capannoni industriali. «Il governo ha mantenuto l’impegno» ha commentato il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni e ha spiegato come è stato sciolto il nodo delle coperture. L'importo della rata dell'Imu abolita vale 2,150 miliardi e il finanziamento sarà a carico del sistema bancario: per un terzo con anticipi sull'imposizione del risparmio amministrato e per 2 terzi con aumenti di anticipi su Ires e Irap a fronte di un aumento delle aliquote di queste due imposte che graverà solo per un anno sulle banche. L'anticipo corrisposto, ha spiegato il ministro «sarà vicino al 130%». La data dei pagamenti degli acconti e degli adempimenti è stata spostata al 10 dicembre. Mancherebbero all'appello però 500 milioni di rimborsi chiesti dai Comuni per coprire i mancati incassi dovuti all'aumento dell'aliquota Imu nel 2013 (mentre lo Stato era intenzionato a coprire solo l'aliquota base del 4 per mille). Il governo ha dato il via libera anche alla rivalutazione delle quote della Banca d’Italia che era la condizione per far pagare alle banche il conto dell’abolizione della seconda rata dell’Imu. Ma affinchè ciò fosse possibile era necessario attendere il consenso della Bce che ieri è arrivato. Nel decreto si concede a via Nazionale di «aumentare il proprio capitale mediante utilizzo delle riserve statutarie sino a 5-7,5 miliardi; a seguito dell'aumento il capitale è rappresentato da quote nominative di partecipazione di euro 20.000 ciascuna». Si prevede poi un limite alla distribuzione delle cedole: «Possono essere distribuiti esclusivamente dividendi annuali, a valere sugli utili netti, per un importo non superiore al 6% del capitale». Quanto alle partecipazioni le banche, assicurazioni, fondazioni e gli investitori istituzionali soci della Banca d'Italia avranno un tetto al 5% del capitale. I soci con quote in eccesso hanno 2 anni per ridurre la partecipazione, periodo durante il quale è congelato il diritto di voto ma si percepiscono i dividendi. Intesa Sanpaolo e Unicredit sono oggi i principali soci della Banca centrale, con quote per oltre il 50% del totale. I maggiori valori delle quote detenute dalle banche, iscritti in bilancio in base a corretti principi contabili internazionali, «sono assoggettati a imposta sostitutiva delle imposte sui redditi e dell'imposta regionale sulle attività produttive nella misura del 12%». «Bankitalia si trasformerà in public company» ha affermato Saccomanni. Il tetto al 5% per la partecipazione «lascia la porta aperta a investitori europei». Insomma sarà una struttura «di cui nessuno avrà il controllo». Proprio questo passaggio svela l'importanza del tema della rivalutazione delle quote Bankitalia, sia per le banche che per il governo, che dalle plusvalenze potrebbe incassare imposte per oltre un miliardo di euro. La stima del valore di via Nazionale era stata affidata a tre saggi: Franco Gallo, Lucas Papademos e Andrea Sironi. Secondo il loro lavoro, il capitale è valutato in una forbice compresa tra 5 e 7 miliardi e mezzo, cifra confermata nel decreto. Il capitale nominale della Banca d'Italia è oggi a un livello simbolico di 156 mila euro (conversione di 300 milioni), stabilito negli anni Trenta. Critiche sono venute dalla Confindustria che, come ha rimarcato il presidente Giorgio Squinzi, «si aspettava un trattamento paritario perché i terreni agricoli sono mezzi di produzione come i capannoni e altre proprietà di impresa». All’attacco anche Forza Italia. Per Capezzone, «le maggiorazioni degli acconti Ires e Irap a carico di banche e assicurazioni, altro non sono che un prestito forzoso». Per il presidente della Commissione Finanze della Camera «i 2,15 miliardi che le banche dovranno versare anticipatamente allo Stato rischiano di tradursi in minori impieghi e prestiti a favore di imprese e famiglie, e in maggiori costi per i clienti».

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