Politica

Per ordine ricevuto

di Francesco Damato - In privato, anche se più a Montecitorio che a Palazzo Madama, il "luogo del delitto" politico, come Silvio Berlusconi considera non a torto la sua imminente decadenza da...

In privato, anche se più a Montecitorio che a Palazzo Madama, il "luogo del delitto" politico, come Silvio Berlusconi considera non a torto la sua imminente decadenza da senatore, sono in parecchi i parlamentari del Pd che dissentono con parole o gesti dalla scelta dei loro vertici di piegarsi all'offensiva dei grillini contro il voto segreto su un passaggio riguardante così chiaramente una persona. Una persona, ripeto, anche se per aggirare il carattere appunto personale della decadenza di un parlamentare la giunta del regolamento del Senato si è arrampicata sui classici specchi. Si finge, in particolare, di votare non su Berlusconi ma sulla composizione dell'assemblea. Ad analoga acrobazia dialettica si ricorse vent'anni fa, d'intesa fra gli allora presidenti del Senato, Giovanni Spadolini, e della giunta delle elezioni e immunità, il pidiessino post-comunista Giovanni Pellegrino, per votare a scrutinio palese sulla richiesta di autorizzazione a procedere per mafia contro Giulio Andreotti. Che era destinato ad uscire assolto da quello e da un altro processo seguito a rimorchio, per l'omicidio di Mino Pecorrelli, dopo più di dieci anni. Si volle allora far finta di votare non sul senatore a vita, sette volte presidente del Consiglio e molte di più ministro, ma sull'impersonale rapporto fra il Parlamento e l'ordine giudiziario. Allora però si ebbe almeno il pudore di garantirsi preventivamente, sia pure con mezzi semplicemente odiosi, la disponibilità della vittima designata. Cioè dello stesso Andreotti, che votò alzando la mano nell'aula del Senato a favore della sua gogna per quieto vivere. Più in particolare, per placare all'esterno del Parlamento una piazza tanto inferocita quanto sobillata. Che pochi giorni prima, a poche decine di metri di distanza proprio da Palazzo Madama, aveva insultato, minacciato e colpito con monetine e altri oggetti Bettino Craxi, appena scampato provvisoriamente nell'aula di Montecitorio, con voto doverosamente segreto, ad alcune delle autorizzazioni a procedere chieste contro di lui da varie Procure per i soliti reati di "Mani pulite": finanziamento illegale dei partiti, o corruzione, o concussione, o tutti insieme. A facilitare tuttavia quella decisione e quel gesto di sostanziale resa di Andreotti alla piazza, ma ancor più a chi la manovrava, e ne traeva profitto politico, furono valutazioni e situazioni non paragonabili a quelle in cui si trova ora Berlusconi. Andreotti rischiava "solo" di essere processato, con i tempi lunghi di una magistratura che, per quanto già allora debordante, non aveva raggiunto l'intensità e pervicacia d'attacco poi praticate nei riguardi di Berlusconi. Che adesso non rischia solo i vari processi in cantiere contro di lui, ma la decadenza dal Parlamento per una frode fiscale sanzionata con sentenza definitiva, certo, ma viziata di tante ombre da poter essere presto smentita da corti di giustizia internazionali. E con la decadenza da senatore Berlusconi rischia, in aggiunta ai dieci mesi e rotti di affidamento ai servizi sociali che già lo attendono, gli arresti domiciliari o d'altro tipo che volessero disporre a suo carico i tanti altri giudici che si occupano di lui. Diversamente da Andreotti, il cui partito, la Dc, era vent'anni fa alla canna del gas elettorale, come avrebbero confermato le urne nel 1994 con l'esordio vittorioso di Forza Italia, ora Berlusconi gode ancora di un seguito notevole di consensi. Ne gode anche a dispetto dei suoi guai giudiziari, dei sei milioni e rotti di voti perduti a fine febbraio scorso rispetto a cinque anni prima e delle scissioni che hanno accompagnato vita e morte del Pdl, e infine la rifondazione di Forza Italia. Anche a questa diversità, anzi incomparabilità, di situazioni si deve probabilmente lo scetticismo che di fronte alla nuova, scandalosa forzatura del voto palese, da dare per ordine ricevuto, e per giunta in applicazione retroattiva di una legge di assai dubbia costituzionalità, si coglie fra i parlamentari del Pd, sia pure prevalentemente in privato. Ma pure con punte pubbliche, come quelle del ministro renziano Dario Franceschini, del lettiano Francesco Boccia e persino di un'antiberlusconiana viscerale come Rosy Bindi. A farla troppo grossa, si sa, non si riesce a coprirla.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.