Politica

Femminicidio, a pagare sarà lo Stato

La ventenne venne sepolta viva al nono mese di gravidanza dall’amante Lucio Niero

Se non possono pagare gli assassini delle donne, pagherà lo Stato. Si è aperta la strada a una class action per le vittime di femminicidio. Con una sentenza della seconda sezione civile del Tribunale di Roma del 4 novembre scorso, la Presidenza del consiglio dei ministri è stata condannata a risarcire 80 mila euro ad Anna Maria Giannone, la madre di Jennifer Zacconi, la 20enne veneziana morta nella notte tra il 29 e il 30 aprile 2006 dopo essere stata sepolta viva al nono mese di gravidanza dall'amante Lucio Niero. Il 40enne, il 4 luglio 2008, venne condannato con rito abbreviato dal Tribunale di Venezia a 30 anni di reclusione e al risarcimento dei danni in favore delle parti civili costituite nel processo, tra cui c’era anche la mamma della ragazza. L’uomo non aveva la disponibilità per liquidare la somma, che nella sentenza era stata calcolata in via provvisionale in 80 mila euro. Per questo nel 2009 Anna Maria Giannone ha citato in giudizio la Presidenza del consiglio dei ministri e il ministero della Giustizia: ha chiesto un indennizzo di 500 mila euro appellandosi alla direttiva dell'Unione europea n.80 del 2004. Tale direttiva riconosce «alle vittime di reati intenzionali violenti il diritto a percepire un indennizzo equo e adeguato, nel caso in cui l'autore non sia stato identificato o perseguito, oppure non possieda le risorse necessarie a pagare il risarcimento». A pagare è lo Stato in cui viene commesso il reato, al di là del fatto che la vittima abbia o meno la residenza in quel Paese. «L'Italia non ha adempito all’obbligo di conformarsi alla direttiva europea nella parte in cui impone l'adozione di sistemi di indennizzo nazionali», spiega il giudice monocratico di Roma. Come d'altronde già riscontrato in una sentenza della Corte di Appello di Torino del 2012. Se è vero che esistono numerose norme interne volte ad assicurare la tutela delle vittime di terrorismo o di reati legati alla criminalità organizzata di stampo mafioso, «non esiste alcun sistema di indennizzo per le vittime di reati legati alla criminalità comune», hanno riconosciuto le amministrazioni citate in giudizio dalla madre della povera Jennifer. «La violazione commessa dallo Stato italiano è grave e manifesta - si legge nella sentenza - poiché sono rimaste del tutto sfornite di tutela le posizioni dei soggetti residenti lesi da condotte violente». Il ministero della Giustizia è stato escluso dal pagamento dell'indennizzo, addebitato soltanto alla Presidenza del consiglio dei ministri «essendo l’organo responsabile di recepire la normativa comunitaria». Considerato il numero consistente di casi di femminicidio in cui il colpevole non paga il risarcimento del danno morale ed esistenziale provocato, si potrebbe aprire la strada a una class action contro lo Stato. «In Italia non esiste il diritto alla sicurezza, siamo discriminati rispetto agli altri Paesi europei - commenta l'avvocato Claudio Defilippi, che ha difeso nella causa civile Anna Maria Giannone - A non poter pagare sono le persone nullatenenti o che le forze dell'ordine non riescono a identificare. E spesso queste persone coincidono con gli extracomunitari. Se lo Stato vuole evitare di pagare un conto "salato" per loro, dovrà rivedere anche le politiche d'immigrazione».

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