Politica

Senza esempio e senza limiti

di Simonetta Matone *La banalità del male di tutti i giorni. È quello che emerge dalla vicenda delle baby-squillo romane. Una storia sconvolgente con la quale ho difficoltà a confrontarmi malgrado...

La banalità del male di tutti i giorni. È quello che emerge dalla vicenda delle baby-squillo romane. Una storia sconvolgente con la quale ho difficoltà a confrontarmi malgrado la mia esperienza lunga 17 anni come pubblico ministero presso il Tribunale dei Minori della Capitale. È troppo anche per me e va al di là della mia esperienza e della media dei casi che ho esaminato. Occorre fare una premessa: negli ultimi anni il volto della prostituzione minorile è cambiato, molto. L’organizzazione dell’attività di sfruttamento è diventata «scientifica» e raffinata. Noi siamo abituati a pensare alle prostitute, siano essere maggiorenni o meno, come a delle schiave. Lo sono sempre. Ma in modo diverso. Gli organizzatori concedono alle loro vittime guadagni elevati. L’obiettivo è rendere più difficile liberarsi dal giogo. Un’altra cosa che sorprende è la loro partecipazione consapevole a questa attività. Anche questo serve a renderle compartecipi e, in un certo senso, complici. Non erano fisicamente obbligate a farlo, non venivano usati nei loro confronti metodi di coercizione violenta. Ed è uno degli elementi che inquieta di più, una parte dell’orrore che emerge da questi episodi. Un altro è la compartecipazione di una delle mamme, un ruolo nuovo e tremendo. Un atteggiamento che ruba l’anima delle ragazze, che ruba la coscienza. C’è poi da dire qualcosa sul motivo che le spingeva a prostituirsi. Una volta lo si faceva per fame, quella vera. Adesso per acquistare oggetti che non sono alla portata di tutti e che non si possono avere. Che universo giovanile è quello in cui è normale vendere il proprio corpo per comprare una borsetta o un paio di scarpe. Poi c’è il silenzio dei compagni, delle amiche. Non possiamo credere che non sapessero quello che accadeva. Ma, malgrado ciò, sono rimasti muti. Infine, dovremmo riflettere sui valori che abbiamo trasmesso ai nostri figli. Abbiamo insegnato loro che il sesso è bello, che il sesso è gioia, che è naturale come mangiare. Il risultato è che non hanno capito niente, che non hanno il senso del limite, perché la società non pone limiti. Nostro dovere, dunque, è tornare a stabilire dei ruoli. Ma non basta parlarne. È necessario, anche in questo caso come in altri, dare una risposta a questi ragazzi conquistando nei loro confronti autorevolezza. E per farlo c’è un solo sistema: dare l’esempio. * Magistrato

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