Niente da fare. Agli enti locali risparmiare non riesce proprio. Neppure se a «suggerirne» il modo è la Costituzione e, applicandola, sarebbe possibile accorpare servizi senza danneggiare i cittadini. Anzi. L’esempio delle fusioni di Comuni è desolante. L’istituto - diverso dall’Unione di Comuni - permette a due o più Comuni contigui di fondersi in un unico ente locale, risparmiano somme notevoli anche grazie alla gestione congiunta di asili, trasporti, ambiente. La fusione di Comuni è attualmente disciplinata dagli articoli 117 e 133 della Costituzione ed è stata introdotta nel nostro ordinamento con la cosiddetta Legge sulle Autonomie (la 142/1990), poi confluita nel 2000 nel Testo Unico degli Enti Locali. Una norma di buon senso, volta ad accorpare piccoli Comuni per crearne di nuovi e più grandi diminuendone però il numero complessivo, creando efficienza e risparmio. Eppure, da una elaborazione del Centro Documentazione e Studi Anci-Ifel basato sui dati dell’Istat e del Ministero dell’Interno emerge un dato desolante: dal 1991 al 2013 (cioè 22 anni) sono state effettuate solo 9 fusioni. L’articolo 133 della Carta prevede che «la Regione, sentite le popolazioni interessate, può con sue leggi istituire nel proprio territorio nuovi Comuni e modificare le loro circoscrizioni e denominazioni». La fusione consiste proprio nell’accorpamento e nella soppressione di Comuni preesistenti al fine di costituirne uno nuovo. Per farla basta poco: una legge regionale. Eppure tanto le Regioni quanto i Comuni sono rimasti inerti. I dati ufficiali dell’Istat sono evidenti: la prima fusione si è avuta nel 1995, l’ultima nel 2011. In totale sono 9, a cui devono però aggiungersi quelle previste per il 2014, appena 6. Si tratta esclusivamente di Comuni settentrionali. In Veneto vi è Porto Viro, in provincia di Rovigo e Due Carrare, in provincia di Padova, entrambi creati nel 1995. Il primo costituito mediante la fusione di Donada e Contarina e il secondo con la soppressione di Carrara San Giorgio e Carrara Santo Stefano. In Piemonte si contano altrettante 2 fusioni: Montiglio Monferrato, in provincia di Asti (creato nel 1998 attraverso la fusione di Montiglio, Scandeluzza e Colcavagno) e Mosso, in provincia di Biella (derivante dalla fusione di Pistolesa e Mosso Santa Maria nel 1999). In Lombardia nel 2003 nasce San Siro dalla soppressione di Santa Maria Rezzonico e Sant’Abbondio e nel 2011 viene costituito il Comune di Gravedona e Uniti dalla fusione di Consiglio di Rumo, Germasino e Gravedona. In Friuli-Venezia Giulia si conta una sola fusione, quella tra Campolongo al Torre e Tapogliano, che hanno dato vita nel 2009 a Campolongo Tapogliano. Infine altre due fusioni si sono concluse in provincia di Trento nel 2010: Comano Terme (nato dalla soppressione di Bleggio Inferiore e Lomaso) e Ledro, composto da 6 Comuni (Concei, Bezzecca, Molina di Ledro, Pieve di Ledro, Tiarno di Sopra e Tiarno di Sotto). La seconda evidenza, oltre alla totale mancanza di fusioni nelle regioni del Centro e del Sud Italia, riguarda la taglia demografica dei Comuni soppressi: nella quasi totalità dei casi si è trattato di piccoli Comuni fino a 5.000 abitanti. Le uniche eccezioni sono rappresentate da Donada, Contarina e Carrara San Giorgio, che al momento della fusione contavano rispettivamente una popolazione pari a 5.912, 8.250 e 5.044 abitanti. I nuovi Comuni costituti mediante fusione non raggiungono quindi una dimensione demografica elevata. Tale caratteristica può offrire un indizio sulle reali motivazioni che hanno spinto più Comuni a fondersi: non sembra trattarsi di logiche strategiche volte a una riduzione delle spese attraverso economie di scala, quanto piuttosto di risposte alle necessità identitarie delle popolazioni locali. Dopo la creazione, mediante fusione, del comune di Gravedona ed Uniti nel 2011, non sono più avvenute nuove fusioni fino al 2013. Nel 2014 se ne conteranno 6: 3 in Toscana (Figline e Incisa Valdarno, Castelfranco Piandiscò e Fabbriche di Vergemoli), e una in Emilia Romagna (Valsamoggia), Friuli Venezia Giulia (Rivignano Teor) e Marche (Trecastelli) con un lieve innalzamento della taglia demografica. Ma nel Paese dei campanili è ancora troppo poco. Basti pensare che secondo i dati del Miur il 90% dei Comuni conta sul proprio territorio almeno una scuola statale o paritaria. Tale percentuale scende al 59% per i Comuni fino a 1.000 abitanti: 4 su 10 non hanno scuole.
Meglio soli che uniti Mini-comuni da spreco
In 22 anni varate solo 9 fusioni dalla Regione