A marcarlo stretto ci si mette lo stesso premier Berlusconi che, a novembre 2004, nell’impostazione della Finanziaria per il 2005 chiede un taglio alle tasse e sgravi a favore di imprese e famiglie. Una misura costosa che, per avere un effetto visibile nelle buste paga. ha bisogno di risorse copiose. Proprio quelle che mancano. Il braccio di ferro continua e in un appunto trasmesso da Siniscalco al Cavaliere si leggono velate dimissioni. Non esplicite. ma mascherate da un insieme di paletti, di condizioni, di richiami alle compatibilità finanziarie che per il ministro sono le Colonne d’Ercole oltre il quale non si può navigare. Siniscalco resiste fino a settembre del 2005. Poi molla ma solo per il caso del Governatore Fazio in Bankitalia. Torna Tremonti che galleggia fino all’arrivo del governo Prodi. È il 2006, e sulla scrivania di Quintino Sella poggia i suoi dossier il professore Tommaso Padoa Schioppa. Anche per lui la vita non è facile. Nella predisposizione della Finanziaria 2007 deve parare gli attacchi da destra e sinistra sulla scelta di tenere dritta la barra del risanamento. Le indiscrezioni sui provvedimenti in cantiere per la legge di bilancio lo infastidiscono al punto che il 27 novembre confida agli stretti collaboratori di essere pronto a lasciare se le fughe di notizie, considerate atti si sabotaggio degli alleati, continuano. Qualche mese dopo precisa: «Non ho mai minacciato nulla, tanto meno di dimettermi». Chiusa l’era Prodi torna il redivivo Tremonti. Più «fumino» che mai. Nel corso di un consiglio dei ministri nel novembre del 2010 il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, accusa il responsabile dell’Economia di aver fatto sparire un miliardo nelle tabelle della Finanziaria. Secondo la ministra il collega dice «cretinate». Il titolare di via XX settembre, per tutta risposta va da Berlusconi e pretende le scuse: «Altrimenti mi dimetto». Non lo fa. Caso chiuso. Che si riapre però nel maggio del 2011. Berlusconi vuole la riforma fiscale a tutti i costi. Tremonti lo blocca urlando: «Non ci sono le coperture. Se insisti mi dimetto. Il dissidio rientra. Ma la crisi dello spread mette tutti alla porta. Cambia tutto. Ma la maledizione della poltrona del Tesoro è ancora confermata.
Al ministero del Tesoro la poltrona che «scotta»
Da Saccomanni a Tremonti, da Siniscalco a Schioppa tutti pronti a dimettersi quando la politica batte cassa