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Acerbo? Maturo per Elly Schlein

Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Il Pd imbarca Rifondazione pronta a rilanciare posizioni radicali su Nato, Ucraina e Hamas

Don Abbondio si domandava: «Carneade, chi era costui?». A differenza del Carneade manzoniano, Maurizio Acerbo non è un illustre sconosciuto. Nato a Pescara il 4 dicembre 1965, ha fatto il nido nelle istituzioni. Consigliere comunale, consigliere regionale, deputato al Parlamento nella XV legislatura per soli due anni per lo scioglimento anticipato delle Camere nel 2008, è segretario nazionale di Rifondazione comunista dal 2017. Fin dagli anni Ottanta è nei movimenti pacifisti e nell’ambientalismo. Mentre nell’estate del 1983 la gente comune se ne stava al mare o ai monti, lui appena diciassettenne passa la sua vacanza a Comiso, dove si presenta ai blocchi dei cancelli della base contro l’installazione degli euromissili. Nel 1990 partecipa alle occupazioni delle università col movimento della Pantera. Forse per nostalgia degli anni passati come iscritto prima a Giurisprudenza e poi a Scienze politiche senza mai laurearsi. E via di questo passo.

Si definisce agitatore. Ma, a scanso d’equivoci, precisa: culturale. Dichiara di aver promosso proposte di legge per il reddito di cittadinanza, ben prima che Conte calcasse la scena politica, per l’abolizione del cumulo dei vitalizi e per il dimezzamento delle indennità dei parlamentari. All’insegna di un populismo avanti lettera.

Omette però di dire di aver apposto la sua riverita firma come cofirmatario.

Dopo una vita spericolata da agitatore, adesso Acerbo sta avendo il suo quarto d’ora di celebrità. Prima di tutto perché una donna dal cuore d’oro come Elly Schlein non poteva sopportare l’idea che il povero Acerbo dovesse raccogliere le tante firme previste dalla riforma per i partiti non rappresentati in Parlamento. Con lo scontato risultato che Rifondazione non avrebbe potuto partecipare alle elezioni. Così, mossa a compassione, ha avuto la brillante idea di prestare al suddetto partito il senatore Crisanti, che si è prestato all’operazione presumibilmente obtorto collo. Non l’avesse mai fatto, la segretaria del Pd. Perché con questa sola mossa si è messa contro tutti. Contro gli alleati del campo largo in quanto Schlein ha agito zitta zitta, a loro insaputa e contro i riformisti del suo stesso partito, che non sopportano più il continuo slittamento a sinistra.

Mentre Meloni e tutto quanto il centrodestra fanno i salti dalla gioia. Perché si rendono conto che più il Pd si sposta a sinistra, più si aprono per la maggioranza praterie al centro. Basti dire che proprio nel momento in cui un gingillino come Acerbo è ammesso con tutti gli onori nel centrosinistra, una personalità come Matteo Renzi è tra color che son sospesi per l’ostilità di Conte. Un delirio.

A tutti può capitare di dire frasi fatte. Ma quelle di Acerbo sono spesso e volentieri – per dirla con Ettore Petrolini – frasi sfatte. Per non dire di peggio. Afferma: «Inneggiare al 7 ottobre non è reato. C’è chi inneggia a Israele e chi a Hamas». Al “Foglio” fa marcia indietro: «Non ho inneggiato a Hamas ma sono garantista». Dopo di che aggiunge: «Difendo la libera espressione di Siher, così come l’ha difesa la gip che l’ha scarcerato e come l’avrebbe difesa Pannella». Core ingrato nei confronti di Schlein, che gli consentirà di presentarsi alle elezioni, Acerbo mette le carte in tavola: «Non è che abbiamo chiesto il permesso, vogliamo contribuire a quello che mi piace chiamare un fronte per la Costituzione». Vedi caso, quella Costituzione che non ha avuto né tempo né voglia di approfondire negli anni passati come fuoricorso universitario.

Al “Foglio” enuncia un programmino niente male: «Usciamo dalla Nato. Zelensky? Inneggia ai nazisti. Rizzo? Un rozzo bruno. Parto per la Cina».

Per la serie, e chi se ne importa.

Basta una parola per impiccare un uomo. Lui, è un fiume in piena. Per la disperazione del Pd targato Schlein. Cose da far rimpiangere Fausto Bertinotti, l’incubo di Romano Prodi. Il parolaio rosso, secondo Giampaolo Pansa. Ma con quel suo pulloverino di cashmere, con quella erre arrotondata da farlo apparire un nobile decaduto, con quel suo eloquio forbito, aveva ben altra classe.

Per finire in bellezza, Acerbo conferma che all’esame di maturità si rifiutò di rispondere a una domanda su Gabriele D’Annunzio perché lui, Acerbo, è antifascista. Due scempiaggini in una sola frase. Perché D’Annunzio non era né fascista né mussoliniano. Due cose distinte e distanti, piaccia o no. E Acerbo sarà pure antifascista, ma fuori tempo massimo. A scoppio ritardato. Un vero e proprio millantato credito, visto e considerato che è nato vent’anni dopo la fine della guerra.

Sarà un bel problema giustificare agli elettori il fatto che Schlein ha avuto la bella pensata di imbarcare nel campo largo – per dirla con il riformista del Pd Filippo Sensi – questo fenomeno.

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