Il centrodestra, comunque la si pensi, è stato incarnato negli ultimi vent’anni da Silvio Berlusconi. Lui è stato il federatore, il catalizzatore dei consensi, il leader indiscusso e l’interprete di un’area politica che fino alla sua occupazione del proscenio politico antagonista alla sinistra non esisteva. Senza Berlusconi il centrodestra, così come è stato costruito e per come lo abbiamo conosciuto, scompare. È questa una verità dura da accettare, ma inconfutabile con la quale bisogna fare i conti e riconoscere l’insufficienza, imputabile alla classe dirigente che ha coadiuvato il Cavaliere nella gestione del composito e perfino contraddittorio schieramento politico che ha vinto tre volte le elezioni, una l’ha persa nettamente e due si può dire che le ha pareggiate, nel non aver creato le condizioni per un avvicendamento al vertice che prima o poi, magari in maniera meno drammatica e non per eventi extrapolitici, si sarebbe reso indispensabile. È pur vero che Berlusconi non ha immaginato un "dopo" senza di lui, ma almeno gli si poteva suggerire che quantomeno un percorso che non lasciasse privo di prospettive l’elettorato di centrodestra era necessario avviarlo per tempo, pur senza mettere in discussione la sua leadership. Chiedersi adesso che cosa ne sarà non tanto del Pdl, ma di ciò che in termini politici ha espresso a tutti i livelli, per quanto malinconico è obbligatorio. Ed è difficile rispondere mentre il centrodestra come struttura si decompone avvertendo sempre più marcatamente l’allontanamento (forzato) del capo. Eppure è indispensabile provare a chiedersi, al di là dei personalismi (perfino esasperati) che vediamo emergere, se esistono ancora un "centro" ed una "destra" in grado di convivere all’interno di uno stesso contenitore, capaci di formulare una nuova sintesi non più all’ombra di Berlusconi che teneva insieme tutto. Francamente le componenti costitutive dello schieramento non sono più riconoscibili. E questo sarebbe un bene se la "fusione" tra le diverse "anime" avesse prodotto una nuova identità. Ma così non è stato. Ed è per questo che la sopravvivenza di ciò che non è più rilevabile è impossibile per quanto ci sia chi si ostini a discettare di un "nuovo" centrodestra del quale non è fin qui pervenuta alcuna certificazione e nemmeno l’ombra di un amalgama tale da rendere comprensibile l’operazione che a suo tempo riuscì a Berlusconi, poi entrata in crisi quando dello schieramento si è voluto fare un "partito unico" glissando sulle premesse teoriche e sulle compatibilità culturali dei soggetti che immaginarono una convivenza a prescindere. Dunque, dopo il centrodestra berlusconiano, archiviato non dalla magistratura, ma dalla politica che esso negli ultimi cinque anni non ha prodotto, proprio quando ci si attendeva un suo rilancio in ragione della forza elettorale conseguita nel 2008, che cosa è lecito aspettarsi? La risposta solitamente viene elusa da chi pur dovrebbe offrire segni di incoraggiante orientamento ad un elettorato frastornato e demotivato. Ed è comprensibile. L’autoaffondamento della destra e del centro ha fatto emergere nel Pdl correnti "gnostiche" o, nella migliore delle ipotesi, "tecno-politiche" in evidente stato di attesa circa gli assetti del sistema (la crisi del centrodestra si riverbererà inevitabilmente anche sul centrosinistra) per decidere le collocazioni future, quando la prevedibile diaspora dal movimento berlusconiano farà nascere nuovi micro-soggetti che si indirizzeranno verso i lidi più disparati. Per questo le ipotesi di una "destra nuova", come di un "centro autonomo" dalle affiliazioni post-democristiane non sono frutto di fantasie coltivate da minoranze offuscate dalla decomposizione del quadro politico, ma necessarie tendenze che tuttavia faticano a trovare sbocchi credibili un po’ perché manca chi riesca a mettere insieme le tessere del mosaico, come fece Berlusconi nel 1994; un po’ perché la dilapidazione delle culture di riferimento rende difficile motivare la nascita di soggettività che dovrebbero poi aggregare lo stesso elettorato che si riconosceva nelle proposte o nelle suggestioni del Cavaliere. Insomma, un altro centrodestra berlusconiano non è immaginabile; ma quello post-berlusconiano è tutto da creare e, francamente, non se ne vedono le premesse. Chi sono quelli che vorranno intraprendere una lunga traversata del deserto dopo essersi lasciati il vuoto alle spalle?
Il centrodestra del Cav è finito
di Gennaro Malgieri - Il centrodestra, comunque la si pensi, è stato incarnato negli ultimi vent’anni da Silvio Berlusconi. Lui è stato il federatore, il catalizzatore dei consensi, il leader...