Politica

La strana scelta di campo di Letta

di Gennaro Malgieri - Senza via d'uscita. Come due eserciti che si studiano, il centrodestra ed il centrosinistra, pur fingendo di governare insieme, giorno dopo giorno affinano la strategia che li...

Senza via d'uscita. Come due eserciti che si studiano, il centrodestra ed il centrosinistra, pur fingendo di governare insieme, giorno dopo giorno affinano la strategia che li porterà allo scontro finale. Il livello della tensione è alto. Non ha ancora raggiunto il punto di non ritorno, ma il presidente del Consiglio Enrico Letta ha lanciato il segnale dell'offensiva finale. Nella maniera più esplicita e perfino cinica. È sceso in campo scegliendo di stare dalla parte del Pd. Implicitamente ha sollecitato la decadenza di Silvio Berlusconi da senatore, cioè la sua espulsione dalla vita politica. Che il premier arrivasse a tanto non lo credevamo possibile. Immaginavamo un disimpegno dalla contesa per tenere al riparo l'esecutivo in ragione del fatto che la questione sul tappeto è tutta parlamentare (oltre che giudiziaria, naturalmente). Avrebbe dovuto assumere un profilo super partes ed invece si è ritagliato il ruolo di colui che ritiene di poter governare con il partito del Caimano, ma contro il Caimano. Una bizzarria, ovviamente. Perché Letta sa bene che dopo il voto che metterà fuori Berlusconi da Palazzo Madama, anche la sua storia cambierà al pari di quella del Paese. Difficilmente sarà migliore, ma almeno se il premier non si fosse schierato apertamente si poteva sperare che quantomeno i nuovi assetti si formassero in maniera più ordinata di quanto si possa immaginare. Che le preoccupazioni sui destini della nazione siano state da Letta derubricate rispetto ai vantaggi della sua parte politica è di tutta evidenza. E la gravità del suo atteggiamento, sancito dal "flop" dell'incontro con il vice-premier Angelino Alfano, dopo annunci che non facevano presagire nulla di buono nei giorni scorsi, sta tutta nell'incapacità evidente di abbandonare le vesti di esponente di partito per assumere quelle di statista accettando al momento opportuno l'esito della decisione del Senato e, del caso, traendone le conseguenze. Rappresentarsi come "tifoso" probabilmente per non perdere consensi nel suo partito a fronte di altri pretendenti alla segreteria o alla futura premiership, non è stato uno spettacolo edificante. Oltretutto non si è mai visto in Europa un premier che si schiera contro il capo di uno dei partiti della coalizione che lo sostiene. Letta avrà fatto i suoi calcoli pervenendo alla conclusione che è più vantaggioso lavorare in vista di una sia pur improbabile alternativa di governo, fidando sulle degenerazioni del parlamentarismo e sul trasformismo che è la tabe della nostra democrazia, piuttosto che guardare con il distacco del ruolo e della funzione ricoperta agli avvenimenti che si preparano. Se è così ha commesso un imperdonabile errore. Nessuno gli aveva chiesto di difendere Berlusconi, semmai ci si attendeva che proteggesse le "larghe intese" per attuare quel minimo di programma che si era dato e non innescare un processo di dissoluzione del governo che ormai non è più arrestabile. Le "intese" si sono improvvisamente ristrette e, riflettendoci bene, non per responsabilità di Berlusconi, ma proprio di Letta che era ben consapevole dei rischi a cui esponeva la sua compagine prendendo posizione a favore della decadenza, per di più in applicazione di una legge divisiva, contraddittoria, controversa, sospetta d'incostituzionalità. Lui, l'uomo nuovo della politica italiana, ha consapevolmente, e dunque non certo per un errore di valutazione, decretato la fine del percorso di pacificazione iniziato con il suo ingresso a palazzo Chigi per volere di Napolitano e del Cavaliere, non certo sull'onda dell'entusiasmo del suo Pd. Il governo, dunque, è virtualmente in crisi. Anzi, di fatto non esiste più. Non si sa per quanto tempo verrà tenuto in vita artificialmente. I prossimi due mesi saranno difficili e le ricadute sull'economia si faranno sentire, mentre tutto l'Occidente ci riderà dietro approssimandosi il semestre di presidenza italiana dell'Unione europea. Berlusconi decaduto da senatore, braccato dalle procure, ristretto ai domiciliari. La sinistra preparerà il suo exploit atteso da vent'anni senza un'idea, un leader, una prospettiva. I grillini assedieranno il Palazzo come se avessero preso la Bastiglia. Il Pdl, o come si chiamerà, in pieno marasma non riuscirà a meditare sui suoi errori, sulle leggi sbagliate proposte e votate (prima tra tutte la "Severino"), sulla dissoluzione del centrodestra e sulle lotte nella nomenklatura: da dove dovrebbe rinascere Forza Italia? Grandi manovre in tutti gli schieramenti, insomma, mentre il Paese perde fiducia e speranza... Una lunga storia sta per finire. La nuova nessuno sa come e quando comincerà.

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