Politica

Le strane assonanze della politica

di Francesco Damato - È un'assonanza assai curiosa, ed anche inquietante, quella che si sta verificando tra gli orientamenti attribuiti a Silvio Berlusconi in questi giorni, e ancora nelle ore in...

È un'assonanza assai curiosa, ed anche inquietante, quella che si sta verificando tra gli orientamenti attribuiti a Silvio Berlusconi in questi giorni, e ancora nelle ore in cui scrivo, e la "scommessa" fatta sul suo conto domenica scorsa da Eugenio Scalfari. Il quale, scrivendone sulla sua Repubblica di carta, si aspettava con aria per niente delusa e preoccupata, ma pregustandone gli effetti, evidentemente considerati utili alle proprie visioni politiche, un "orgoglioso" no del Cavaliere ai consigli e alle attese delle colombe. E un sì, invece, a falchi, falchetti, pitoni e pitonesse. Un no, in particolare, a quello che l'avvocato Franco Coppi definì a Ferragosto "il percorso" della grazia presidenziale, o commutazione della pena, scorgendolo nella nota appena diffusa dal capo dello Stato sulla necessità della cosiddetta agibilità politica del loro leader indicatagli dai presidenti dei gruppi parlamentari del Pdl dopo la condanna definitiva in Cassazione per frode fiscale. Scalfari liquidava come "la smentita di una vita intera, dominata dall'egolatria e dalla spregiudicatezza" e una "definitiva uscita di scena" di Berlusconi un atto di clemenza da lui chiesto, o fatto chiedere dai suoi avvocati, al Quirinale non appena avviata l'esecuzione della pena agli arresti domiciliari, o in affidamento ai servizi sociali. Un atto di clemenza sbrigativamente interpretato da Scalfari come inapplicabile alla pena "accessoria" dell'interdizione dai pubblici uffici. Alla cui definizione invece sarebbe ben difficile procedere da parte dei giudici d'appello di Milano con il vaglio finale della Cassazione, secondo le procedure indicate da quest'ultima, se nel frattempo la pena principale detentiva incorresse nella grazia, o simile, da parte del capo dello Stato. Anche la procedura di decadenza dal Senato, avviata in tutta fretta nella competente giunta dai nemici di Berlusconi imbracciando una legge di nove mesi fa che potrebbe finire al vaglio della Corte Costituzionale per alcuni aspetti assai controversi, potrebbe incrociare rovinosamente il percorso di un atto di clemenza da parte del presidente della Repubblica. Certo, rimarrebbero ugualmente aperti per l'ex presidente del Consiglio altri processi, ma darne per scontati gli esiti negativi sarebbe ora esercizio più divinatorio che giudiziario e politico. In una situazione del genere, sarebbe assai curioso ed anche inquietante, come dicevo, se veramente Berlusconi finisse per assumere le decisioni che si aspetta da lui un avversario incallito e scaltro come Scalfari. Sarebbe una "sintonia" peraltro pari, per la sua palese contraddittorietà, a quella ufficialmente annunciata ieri fra Enrico Letta e Guglielmo Epifani dopo un loro incontro conviviale. Come se Epifani non fosse il segretario compiacente di un partito - il Pd naturalmente - che il presidente del Consiglio conosce bene, essendone stato il vice segretario fino ad aprile. E dove abbondano quelli che lo stesso Letta ha efficacemente definito nel discorso all'annuale raduno riminese di Comunione e Liberazione "i professionisti del conflitto". Cioè i sabotatori del suo governo delle intese larghe ed emergenziali. Sabotatori che intingono il pane e altro ancora nell'antiberlusconismo anche per farsi meglio e di più la guerra congressuale, a costo appunto di provocare una crisi, magari con l'aiuto dei falchi del campo opposto. Che non mancano, è vero, ma su cui Berlusconi, diversamente da Epifani e da chiunque altro nel Pd, e a dispetto delle speranze e scommesse dei vari Scalfari, è in grado di intervenire con successo, se dovesse decidere di farlo. Ecco, la dimensione reale della leadership di Berlusconi nel suo campo è ciò che gli avversari e i critici mostrano di non conoscere, o riconoscere. Stupiva ieri che un osservatore pur acuto come Antonio Polito potesse disinvoltamente paragonare il discorso che l'ex presidente del Consiglio sarebbe tentato di fare al Senato sulla sua posizione a quello pronunciato da Bettino Craxi il 29 aprile 1993 alla Camera contro i magistrati che volevano processarlo. Un discorso dopo il quale - ha raccontato Polito - Craxi si rimediò "l'orribile gogna delle monetine" in piazza, "fu costretto a dimettersi da segretario" del Psi e infine a "fuggire ad Hammamet". Ma Craxi si era già dimesso mesi prima dalla guida del suo partito, non avendone più chiaramente il controllo. Non è proprio questo il caso di Berlusconi, per cui è francamente più difficile eliminarlo, se non farà errori di suo.

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