Politica

Il vero guaio di Cécile

di Marcello De Angelis - Tirare banane a una signora di origini africane è incivile e non è divertente, così come dare del sodomita a un omosessuale o dire che le deputate del Pdl sono tutte...

Tirare banane a una signora di origini africane è incivile e non è divertente, così come dare del sodomita a un omosessuale o dire che le deputate del Pdl sono tutte prostitute. La signora Kyenge invece è una persona che si pone in maniera estremamente civile anche con chi la attacca. Il ministero che le è stato assegnato, però, merita onestamente critiche severe e chi ha scelto lei per rappresentarlo non le ha fatto giustizia. Il ministero delle pari opportunità e dell'integrazione è un dicastero squisitamente ideologico. Nasce da una visione particolare della società che non tutti condividono e che attraverso questo ministero viene imposta. C'è chi crede che la società sia divisa in blocchi in perenne conflitto tra loro per la supremazia: uomini contro donne, maggioranze religiose e etniche contro minoranze confessionali o razziali, eterosessuali contro omosessuali. E questi "mali" - secondo quella lettura ideologica - vanno compensati con una iniziativa di forzata perequazione che ha assunto la definizione piuttosto schizofrenica di "discriminazione positiva". Chiunque non convidida questa visione della società e ad esempio pensi che il vero conflitto sia tra ricchi e poveri e quindi che una donna ricca, un immigrato ricco, un omosessuale ricco, abbiano in realtà maggiori opportunità di un italiano eterosessuale di mezza età ma povero, non può condividere nemmeno l'idea di un tale ministero. Proprio per questo è un errore che peggiora le cose ostinarsi ad assegnare quelle deleghe a "icone" ideologiche, in questo caso una donna africana che annuncia, nella logica del suo ministero e della propria condizione, che in autunno userà in fondi del suo dicastero per lanciare una campagna (l'ennesima) contro il razzismo e la xenofobia. Qualcuno sarà autorizzato a sostenere che il ministero userà quei soldi per finanziare associazioni inutili che condividono la sua impostazione ideologica e hanno il solo ruolo di imporla all'opinione pubblica. Qualcuno potrebbe anche dire che l'integrazione è tutt'altra cosa. Un imprenditore straniero che ha investito in Italia ed è lui - o spesso lei - a dare lavoro agli italiani è più integrato di tanti giovani disoccupati del Sud. Difficile dire che una donna che fa il magistrato o il commissario di polizia sia penalizzata rispetto a un precario che lavora in un call center, malgrado sia maschio e magari anche lui laureato. La legge, bipartisan, approvata nella scorsa legislatura, che impone le quote rosa nei consigli d'amministrazione è stata la chiara espressione di un utilizzo ipocrita della discriminazione positiva per rafforzare il potere di chi già ce l'ha. Introdurre delle poltrone in più per le signore ha permesso alle grandi famiglie che già controllano il 70% delle aziende pubbliche e private di aumentare la propria rappresentanza con moglie, madri e sorelle. Probabilmente avrebbe più senso che le deleghe per l'integrazione e le pari opportunità - se proprio non se ne può fare a meno - fossero assegnate al ministero del Lavoro, perché è attraverso il lavoro che si ottiene un ruolo attivo in una società. E che a gestirle fosse un imprenditore - magari del Nord - tutto casa, Chiesa e fabbrichetta. Oppure meglio un sindacalista o un operaio con una famiglia numerosa, perché oggi sono questi semmai ad avere bisogno di una politica di maggiore tutela. Così almeno si avrebbe l'impressione che quando diciamo "pari opportunità" intendiamo veramente pari per tutti. Perché i problemi della società, la crisi economica, la recessione, non si fermano dinanzi alla razza o alla religione. E un immigrato ha sempre una terra d'origine a cui tornare, un italiano che perde il lavoro no. E se lui va per strada ci vanno anche le donne della sua famiglia e non è che se ha un figlio gay la sorte gli sarà più o meno favorevole. E il fatto che sia cattolico anziché musulmano non lo farà salire in graduatoria se ha bisogno di una casa, di un lavoro o dell'asilo per i figli. Alla fine qualcuno potrebbe anche dire che forse il discriminato è lui.

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