Politica

Letta «commissaria» il Pd

Il premier ai suoi: «Non c’è alternativa a questa maggioranza Nemmeno il voto. Importanti i prossimi tre Consigli dei ministri»

Bastano pochi minuti per capire il senso della riunione tra Enrico Letta e i deputati del Pd, il suo partito. Quelli che passano dall’applauso con cui il premier viene accolto e le sue prime parole: «Non c’è alternativa politica a questa maggioranza. Nemmeno il voto lo è». Segue una citazione di Aldo Moro: «Questo è il tempo che c’è dato, abbiamo la responsabilità di dare risposte alle esigenze di questo tempo». Insomma, se ancora non fosse chiaro il messaggio rilanciato a più riprese anche dal Capo dello Stato Giorgio Napolitano, non c’è spazio né per le fibrillazioni legate alle vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi, né per quelle derivanti dall’eterna lotta congressuale tra le correnti democratiche. Al Pdl il premier parlerà nei prossimi giorni visto che l’incontro con i gruppi fissato per stasera al Senato è stato cancellato dall’agenda di Palazzo Chigi. Ma è ai suoi che Letta si rivolge per primo. Non è solo una questione formale. Il Pd è al limite della sopportazione, soprattutto dopo il «caso kazako» e il «salvataggio» del ministro dell’Interno Angelino Alfano. E poi c’è Matteo Renzi che, nonostante il silenzio degli ultimi giorni, continua ad essere una mina sulla strada dell’esecutivo. Al punto che c’è chi ha tirato in ballo lo stesso premier ipotizzando una sua candidatura alla segreteria alternativa a quella dal sindaco. Letta non ci sta e rilancia: «Siamo obbligati a dare risposte alle emergenze. La situazione non permette giochi politici, sembra che ci si sia dimenticati delle difficoltà, ma queste ci sono ancora tutte». E lui non si lascerà intimorire da diktat e ultimatum. «Non è stare un mese in più a Palazzo Chigi - spiega - che mi farà cambiare gli obiettivi». Ecco quindi l’elenco delle priorità: «rilancio dell’economia, riforma istituzionale, un’altra Europa». Ed ecco anche tre date: «Il 26 luglio, il 2 e l’8 agosto ci saranno ancora degli importanti Consigli dei ministri». Il premier non prende affatto in considerazione la possibilità che il 30 luglio si trasformi in un momento spartiacque. Certo, sa che i problemi non mancheranno, ma proprio per questo mette il Pd e il resto della maggioranza con le spalle al muro. «Giocare a far finta - insiste - non basta più. Le riforme costituzionali sono necessarie. Nessun protagonismo. La condanna, se non lo facciamo, sarà per tutti. Dobbiamo tornare ad essere in grado di decidere». Quindi un messaggio di «fiducia»: «Se portiamo a termine quel che abbiamo messo in moto, a cominciare dal pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione, a fine anno avremo la pianura». «Nessuno si salva da solo. Non bastano più i vorrei. Ci giudicheranno dai risultati - ribadisce -. Io ce la metto tutta e penso che ce la possiamo fare. Non dico soltanto il governo o soltanto il Pd, e sarebbe tanto, ma tutti. Se non ci fermiamo davanti alla prima difficoltà, ce la possiamo fare». Il messaggio è più che chiaro. Anche quello che, tra le righe, Letta lancia a chi sembra concentrato più sulla strategia per far cadere l’esecutivo che su quella per rilanciare il Pd: «Dopo il voto sul Quirinale è necessario costruire il Pd, un’area riformista protagonista in Italia e in Europa. Sono solidale con il lavoro che Epifani sta svolgendo e di cui discuteremo venerdì». Insomma un partito diviso tra correnti che si combattono senza esclusione di colpi difficilmente può diventare protagonista della scena politica. La platea applaude convintamente. Iniziano gli interventi e il primo un po’ critico, guarda caso, è di un «renziano», Paolo Gentiloni. «Il sostegno a Letta non si discute, ma sia un sostegno esigente - avverte l’ex ministro -. Non tutti i compromessi erano inevitabili. La situazione eccezionale non può essere perpetua. Quindi esigenti verso il governo, no all’elegia delle larghe intese e della pacificazione e no a compromessi non necessari come sulla vicenda Alfano». Il malessere continua a covare sotto le ceneri. Letta ha dalla sua l’assenza di alternative e il rischio che, con l’instabilità politica, l’Italia torni ad essere «osservato speciale». Ma quanto potrà durare questo «commissariamento»?

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