Il già grande pasticcio politico, burocratico e giudiziario - già, anche giudiziario, perché vi hanno lasciato le loro impronte almeno quattro magistrati romani - della illegittima espulsione dall'Italia della moglie e della figlia minorenne del controverso dissidente kazako Ablyazov si è chiuso per ora in Parlamento con un pasticcio ancora più grande. Che questa volta naturalmente è tutto politico, aggravato purtroppo dal fatto che il maggiore danneggiato, il vice presidente del Consiglio, ministro dell'Interno e segretario del Pdl Angelino Alfano, ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco dichiarandosi ugualmente soddisfatto. Il nuovo e maggiore pasticcio è quello del Pd. Che, dilaniato dalla preparazione di un congresso ancora senza data, ha formalmente confermato la fiducia ad Alfano, votando ieri al Senato contro l'assalto delle opposizioni, ma ne ha raccolto e condiviso gli attacchi. Chi ha avuto la possibilità di vedere in diretta alla televisione o di ascoltare le dichiarazioni di voto del capogruppo del Pd Luigi Zanda contro la sfiducia "individuale" al ministro dell'Interno promossa dai parlamentari grillini e vendoliani ha toccato con mano la bassezza alla quale può scendere la politica quando si fa, semplicemente e brutalmente, del doppio gioco. E spiace dirlo, davvero, a proposito del discorso non solo di un capogruppo ma anche, o soprattutto, di una persona come Zanda, figlio di un valoroso capo della Polizia, collaboratore ministeriale, proprio al Viminale, di un uomo di Stato come Francesco Cossiga, passato per vari e prestigiosi incarichi pubblici prima di diventare parlamentare e uomo di modi e carattere abitualmente mite. Direi, più semplicemente educato. Cosa che ieri egli ha sostanzialmente contraddetto con le sue pesanti accuse e insinuazioni contro Alfano, pur di cercare di rappresentare e tenere il più possibile unito un gruppo e un partito, il suo, intimamente e irrimediabilmente diviso. Che soffre come una prigione la collaborazione di governo con il Pdl praticamente imposta dal capo dello Stato, dopo le infruttuose elezioni di fine febbraio, di fronte all'emergenza rappresentata dalla crisi economica, sociale e istituzionale del Paese. Non si può onestamente apprezzare e condividere la responsabile posizione assunta sul caso Alfano, nel pasticcio kazako, dal presidente del Consiglio ed ex vice segretario del Pd Enrico Letta, sulla falsariga peraltro delle cose dette il giorno prima con forza al Quirinale da Giorgio Napolitano sulla stessa materia, e al tempo stesso dubitare ancora della correttezza del ministro dell'Interno. Di cui è stata peraltro chiesta da Zanda la rinuncia in qualche modo compensativa ad almeno una delle tre cariche di cui dispone, compresa quella di segretario del Pdl, così compiendo una incredibile e per niente seria irruzione nelle vicende interne di un altro partito. Mi sono sinceramente chiesto, ad un certo punto, sentendone l'intervento, che cosa fosse mai accaduto al mio vecchio amico Zanda. In un Paese e in una situazione normale, che non sono evidentemente il nostro caso, un vice presidente del Consiglio e ministro dell'Interno trattato in modo così contraddittorio in un'aula parlamentare dal massimo rappresentante del primo partito della sua maggioranza, si sarebbe dimesso per protesta e orgoglio, anche a costo di cadere nella provocazione appositamente tesagli. Egli avrebbe sfidato il presidente del Consiglio e il capo dello Stato a confermarlo al suo posto, così smentendo la linea a dir poco ambigua del Pd. Se ciò non è accaduto e - temo - non accadrà, è evidentemente perché Alfano ha temuto e teme di aggravare ulteriormente la situazione con una crisi, essendo il Pd semplicemente e rovinosamente ingestibile. D'altronde, è proprio per garantire la gestibilità di questo partito allo sbando che ieri mattina sulla Repubblica di carta il fondatore Eugenio Scalfari, allineandosi alla campagna avviata dal direttore Ezio Mauro e dissentendo una volta tanto dalle parole e dai concetti del capo dello Stato, chiedeva curiosamente a Silvio Berlusconi di sacrificare in qualche modo Alfano. Ora, pretendere dal tanto odiato Cavaliere di garantire lui una gestione coerente del Pd cui i dirigenti non sono chiaramente in grado di provvedere da soli, appare francamente troppo.
Il pasticcio del Pd sul caso kazako
di Francesco Damato - Il già grande pasticcio politico, burocratico e giudiziario - già, anche giudiziario, perché vi hanno lasciato le loro impronte almeno quattro magistrati romani - della...