Silvio Berlusconi ha detto più volte, negli ultimi tempi, che qualcuno, anche all'interno della maggioranza che appoggia il governo Letta, "non vuole la pacificazione". Gli incidenti che costellano il cammino del governo sembrano dargli ragione, se è vero, come è vero, che questo, nato da uno stato di necessità per spirito di servizio, è un governo che ha messo insieme centro-destra e centro-sinistra e che, almeno all'apparenza, avrebbe dovuto, dedicandosi alle cose concrete, scrivere la parola fine sulla storia di una guerra civile latente, che da troppi decenni ha ammorbato la vita del paese. Eppure, rispetto all'analisi condivisibile di Berlusconi, c'è qualche cosa di più. C'è la presenza, nel panorama politico italiano, di un vero e proprio "partito della instabilità": un partito trasversale agli schieramenti - e che va oltre le forze politiche di opposizione e con molta probabilità anche oltre i sacri recinti del Parlamento - per il quale è necessario mantenere alta la tensione e contrastare ogni intervento destinato a contenere la "febbre politica" di un Paese da secoli abituato a faide e contrapposizioni manichee. Finite nelle soffitte della storia - per motivi generazionali oltre che a seguito del crollo delle grandi ideologie - le alternative fascismo-antifascismo e comunismo-anticomunismo, si è tentato di farle rivivere nella nuova contrapposizione berlusconismo-antiberlusconismo. Il governo Letta - per quanto nato dalla impossibilità di individuare strade alternative percorribili e frutto della necessità di dover fronteggiare la più grave crisi politica, economica e sociale del dopoguerra - ha finito per incarnare proprio il tentativo, obbligato quanto si vuole, di superare le contrapposizioni storiche e ideologiche. Che poi, nella pratica, il governo, dopo inizi promettenti, abbia adottato la strategia del "rinvio" dei problemi più scottanti è altro discorso. Resta il fatto che esso non è omogeneo ai progetti del "partito della instabilità", del partito cioè dei destabilizzatori di professione, di coloro che, all'interno di tutti gli schieramenti, creano, sfruttano, amplificano casi in grado di determinare continue fibrillazioni politiche. In questa situazione le sorti del governo Letta sono davvero a rischio. Anche perché, riconosciamolo, questo governo che dispone, sulla carta, della più ampia maggioranza della storia repubblicana, non è sostenuto dai partiti, neppure da quelli che, formalmente e a parole, lo tengono in piedi. In realtà, è un governo appoggiato da settori di quei partiti e non dal loro insieme. Ai tempi della prima repubblica si parlava di "partitocrazia" e di "correntocrazia" come di elementi di degenerazione della normale dialettica democratica. Nulla è cambiato. Ai partiti si sono sostituite le coalizioni di partito, alle correnti organizzate i raggruppamenti personalistici impegnati nella corsa per la conquista del potere. Ecco, quindi, che - accanto alle questioni divisive, ma su temi concreti, come le scelte di politica economica sull'abolizione o meno dell'Imu sulla prima casa, sull'aumento dell'Iva, sulla ricerca di fondi per detassare le assunzioni - fanno la loro comparsa fattori o casi, talora addirittura estranei alla vita politico-parlamentare, destinati a creare tensione e a mettere in difficoltà la compagine governativa. L'elenco è lungo. Va dai tentativi di condizionamento della politica di una parte della magistratura al nodo pretestuoso della ineleggibilità di Berlusconi sulla base di una "nuova" lettura di una vecchia legge, dal caso Shalabayeva fino a quello increscioso delle offese di Roberto Calderoli al ministro per l'integrazione Cécile Kyenge. Per non dire dell'attivismo da scorridore politico del sindaco di Firenze Matteo Renzi, il quale, accecato da brama di potere, sta distruggendo quel piccolo patrimonio di credibilità presso il mondo moderato che aveva costruito con il suo progetto di rottamazione della vecchia politica. Il "partito della instabilità" è il collettore di tutto ciò. Il suo progetto immediato è staccare la spina al governo e portare il Paese a nuove elezioni con l'attuale legge elettorale (prima che la Corte Costituzionale si pronunci) in modo da creare nuove situazioni di tensione. E, soprattutto, da affossare le riforme istituzionali che dovrebbero ammodernare il Paese e farlo diventare una democrazia matura. In totale disprezzo per i veri interessi nazionali.
Il partito dell’instabilità
di Francesco Perfetti - Silvio Berlusconi ha detto più volte, negli ultimi tempi, che qualcuno, anche all'interno della maggioranza che appoggia il governo Letta, "non vuole la pacificazione". Gli...