A volte ritornano. Non solo i morti viventi ma anche le idee idiote. È stato questo il caso della sortita di Roberto Calderoli sul ministro Kyenge. È chiaro che se un politico giunge a dire pubblicamente che una persona nera è un orango, palesa una sottocultura psicotica. Un'affermazione del genere è grave che una persona la faccia nel privato, figuriamoci davanti alla folla. D'altronde, è inutile condannare il senatore leghista, se poi si concede a Beppe Grillo di paragonare suoi colleghi a persone affette da nanismo e deriderne altri perché hanno handicap fisici. La questione del razzismo, o del pregiudizio di genere, riapre in modo plateale il grande tema della convivenza tra diversi e della conseguente integrazione. La prima osservazione da fare è che tutte le persone umane hanno la medesima dignità, ma non tutte sono parte automaticamente della stessa nazione. Quindi, non tutte possono godere meccanicamente degli stessi diritti di cittadinanza. Sebbene ci sia un'enfasi stucchevole su quest'argomento, nondimeno è logico che i relativi diritti, che provengono dal far parte di un determinato Paese, non debbano essere relativizzati. Farò degli esempi chiarificatori. Essere italiano significa prender parte alla sovranità politica. Vuol dire cioè avere una prerogativa fondamentale che dà la possibilità di concorrere con la partecipazione democratica a decidere i governi locali e nazionali, ricevendo tutti quei benefici dovuti, posto che ve ne siano ancora, di assistenza sanitaria e previdenziale. È naturale che la concessione ad altri di tali privilegi sia possibile unicamente quando si è integrati culturalmente, cioè socialmente compatibili con la sicurezza dello Stato e con il suo bilancio. Perciò è tanto complessa la concessione della cittadinanza italiana, perché è una concessione vera e propria. Un criterio indispensabile è prendere precauzioni sull'identità. Non sto pensando a odiose omogeneità etniche, ma a veri fattori comunitari, che indichino con dovizia la reale compatibilità tra presenti ed entranti. In fondo, uno straniero è come un ospite. Finché egli non è il padrone di casa, non si preoccupa del risparmio, non si cura della pulizia delle scale, non s'interessa e non partecipa direttamente a oneri e incombenze amministrative. Anzi, è giusto che non lo faccia. Se è un bravo invitato, viene accolto bene, ma deve preoccuparsi di essere educato, corretto e grato per quello che riceve. Questa metafora dice, in realtà, qualcosa d'importante. Come non basta stare in casa per essere padrone, così non basta nascere in un territorio per essere membro di una comunità nazionale. In tal senso le affermazioni di apertura sullo ius soli del presidente della Camera, che fanno eco a quelle sostenute un po' da tutta la sinistra, non sono per niente persuasive perché concettualmente sbagliate. È, in fin dei conti, una questione di cautela, non di chiusura pregiudiziale o d'indecorose battute offensive. Tutti sappiamo benissimo che il nostro sistema economico, nonché ormai la nostra vita quotidiana, funziona grazie alla presenza operativa pregiata di tanti stranieri che risiedono nelle nostre città e nelle nostre proprietà. Se uniamo la crisi della natalità a tante altre osservazioni oggettive sulla situazione del Paese, è fin troppo lampante che molti immigrati volenterosi è necessario siano integrati e si assumano pienamente la responsabilità del Paese, pagando regolarmente le tasse e facendosi carico di loro stessi, dei loro problemi e dei nostri. La realtà delle cose è che il suolo, però, non dà di per sé alcuna garanzia di questo tipo. E noi dovremmo impegnarci, con buona pace della retorica un po' glamour delle accoglienze facilone, a stabilire quali requisiti siano fondamentali per essere definiti italiani. Certamente siamo un Paese geograficamente costituito da enormi differenze locali, ma tutti parliamo la stessa lingua, tutti sopportiamo le stesse inefficienze e viviamo tutti quotidianamente, come diceva Ernest Renan, il nostro "plebiscito quotidiano". Il sangue non ci rende italiani, è vero. Ma neanche il territorio e la disperazione. Quest'ultima, semmai, ci fa essere umani. E la compatibilità tra cittadini riesce solo quando le differenze generano comunque una società coesa che vive a pieno la propria soggettività di popolo solidale. Il resto sono cretinate razziste o filantropiche, ma sempre da quattro soldi.
Cosa serve per diventare italiani
di Benedetto Ippolito - A volte ritornano. Non solo i morti viventi ma anche le idee idiote. È stato questo il caso della sortita di Roberto Calderoli sul ministro Kyenge. È chiaro che se un...