Per quanto Silvio Berlusconi sia assediato dai soliti magistrati, e dagli altrettanto soliti avvoltoi che vogliono lucrare dalle sue vicende giudiziarie, almeno due uomini stanno politicamente peggio di lui in questi giorni. Uno, a dispetto dei suoi meriti, è purtroppo il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Che rischia di vedere travolti dagli effetti di una condanna definitiva del Cavaliere i precari ma necessitati e ancora insostituibili equilibri delle cosiddette larghe intese. L'altro è il giovane sindaco di Firenze Matteo Renzi, che ben difficilmente potrebbe ormai ricavare vantaggi da una crisi, essendo riuscito a dissipare in pochi mesi il credito involontariamente procuratogli dentro e fuori il suo partito, con una serie di errori, dall'ex segretario Pier Luigi Bersani. Fu quest'ultimo che, quando era ancora alla guida del Pd, prima fingendo di accettarne la sfida nelle primarie per la corsa elettorale a Palazzo Chigi e poi disseminandone il percorso di trappole preclusive e di chiodi, fece di Renzi un personaggio quasi mitico. Una specie di campione piegato con l'inganno. Di cui cominciarono a tessere le lodi e a desiderare la rivincita alla prima occasione possibile persino alcuni che ne avevano contrastato l'ascesa. O ne avevano addirittura subìto le invettive rottamatrici, come Massimo D'Alema e Walter Veltroni, parlamentari di lungo corso costretti al pensionamento dai suoi taglienti giudizi. La sconfitta o mancata vittoria di Bersani nel rinnovo delle Camere, a fine febbraio, e il disorientamento che ne seguì, specie di fronte ai goffi tentativi dell'uomo di Bettola di arrivare lo stesso a Palazzo Chigi con l'aiuto dei grillini, conferirono a Renzi il ruolo di una "risorsa". Un ruolo però al quale egli si è rivelato rapidamente inadatto, vittima questa volta non tanto della perfidia vera o presunta dei suoi concorrenti o avversari di partito quanto della sua condotta contraddittoria, indicativa più di una "smodata ambizione", per ripetere le parole del vecchio Franco Marini, che di un lucido e lineare progetto politico. Di Renzi, ormai, non si riesce più a fissare e capire la posizione. Lo lasci la sera a destra e te lo ritrovi la mattina dopo a sinistra, o viceversa. Non sai se è più destabilizzato o destabilizzante, sia sul versante del partito, dove si sta giocando la partita congressuale, sia sul versante del governo. Al cui presidente Enrico Letta nelle ore pari egli promette o assicura aiuto, lealtà, amicizia e quant'altro e in quelle dispari, o viceversa, rimprovera i "piccoli passi" o i cedimenti a Berlusconi. Del quale, peraltro, il sindaco di Firenze diceva che andasse combattuto sul piano politico, senza scorciatoie giudiziarie, ed ora vorrebbe invece liberarsi unendosi alle proteste e ai metodi dei grillini. Ciò è avvenuto contro la pur simbolica sospensione dei lavori parlamentari ottenuta qualche giorno fa dal Pdl in polemica con i tempi improvvisamente e insolitamente rapidi datisi dalla Cassazione per occuparsi del ricorso del Cavaliere nel processo per frode fiscale. Quella di Renzi e dei suoi deputati e senatori con i grillini, in difesa di una magistratura -pensate un po'- intimidita da qualche ora di pausa nei lavori d'aula di Palazzo Madama e di Montecitorio, è stata una convergenza tanto esagerata e sfacciatamente strumentale da essersi guadagnata insulti nello stesso Pd. A furia di sgomitare si rischia non di salire chissà dove, al partito o al governo, ma di scendere nelle fogne, con gli escrementi evocati da un anti-cavaliere doc come Matteo Orfini. Che, colto in flagranza di turpiloquio con i compagni, ha poi ripiegato su un'altra sinistra immagine: quella dello "sciacallo". Renzi sembra destinato a raccogliere a questo punto solo quello che ha saputo o voluto seminare: una dose suppletiva di confusione in un partito e in un quadro politico dove di confusione ce n'era già troppa prima di lui. Peraltro già bruciatosi sulla strada di Palazzo Chigi nella scorsa primavera, mentre Bersani annaspava con i grillini, per avere fatto troppo il furbo: evitando, in particolare, di contestarne a viso aperto la linea in una riunione di direzione del partito che avrebbe potuto sbloccare la crisi. Egli preferì disertarla perché convocata -disse- troppo tardi per i suoi impegni.
Il tramonto del rottamatore
di Francesco Damato - Per quanto Silvio Berlusconi sia assediato dai soliti magistrati, e dagli altrettanto soliti avvoltoi che vogliono lucrare dalle sue vicende giudiziarie, almeno due uomini...
