Impegnato com’è a spegnere quelle che lui chiama "diatribe domestiche" per proteggere il governo delle cosiddette larghe intese dai rischi di una crisi da cui non saprebbe veramente come tirare fuori questa volta il Paese, per quante intenzioni nei palazzi politici gli attribuiscano interpreti più o meno improvvisati o interessati dei suoi umori, il capo dello Stato ha voluto ieri mostrarsi fiducioso anche sul tema spinosissimo della riforma elettorale. Che pure lo ha a lungo angosciato, e giustamente, essendo a tutti evidente che la porcata in vigore, tra liste bloccate al servizio delle segreterie dei partiti, un premio esorbitante di maggioranza alla Camera senza alcuna soglia di accesso e premi sminuzzati regionalmente in quella lotteria che è perciò diventato il Senato, renderebbe un ricorso anticipato alle urne inutile ai fini di un chiarimento politico. Incalzato dalla comprensibile curiosità dei giornalisti, Napolitano si è mostrato fiducioso che "verrà risolto via via il problema del rapporto fra le riforme istituzionali e la riforma elettorale", nonostante le baruffe appena esplose nella maggioranza, e all’interno dei partiti che la compongono, di fronte all’ipotesi di un intervento preliminare, temporaneo e correttivo sulla legge attuale. Preliminare anche rispetto alla bocciatura parziale ma ugualmente esplosiva in cui almeno la parte relativa al premio di maggioranza rischia di incorrere nel giudizio inappellabile della Corte Costituzionale. Dove il problema è per fortuna approdato di recente dalla Cassazione. L’ottimismo di "Re Giorgio" appare tuttavia più un esorcismo tattico che altro. Probabilmente consapevole della incapacità ormai dei partiti di trovare da soli un ragionevole compromesso, egli sa che potrebbe essere proprio la Corte Costituzionale a togliere le castagne dal fuoco. Ma non sarebbe più il compromesso dei politici. Sarebbe il loro adeguamento forzato alla legge elettorale che dovesse risultare dalle amputazioni disposte dai giudici costituzionali. Sarebbe una soluzione in qualche modo giudiziaria. E una sonora sconfitta della politica, con la minuscola. Una sconfitta a quel punto davvero meritata, come altre che l'hanno preceduta su versanti diversi ma ugualmente importanti.
È un esorcismo l’ottimismo di Re Giorgio
di Francesco DamatoImpegnato com’è a spegnere quelle che lui chiama "diatribe domestiche" per proteggere il governo delle cosiddette larghe intese dai rischi di una crisi da cui non saprebbe...