Politica

In campo Civati, l’anti-Renzi «Ripartiamo con Sel e M5S»

Luigi Frasca Renzi sì, Renzi no. Segretario o candidato premier? Continua il tormentone all’interno del Pd, che conta, da ieri, un nuovo candidato alla guida del partito. Si tratta di Filippo...

Renzi sì, Renzi no. Segretario o candidato premier? Continua il tormentone all’interno del Pd, che conta, da ieri, un nuovo candidato alla guida del partito. Si tratta di Filippo Civati, il giovane deputato democrat che si è messo subito in luce durante i giorni bui dell’elezione del presidente della Repubblica e del governo Letta, dicendo «no» alla candidatura di Franco Marini, sparando a zero sui 101 franchi tiratori di Romano Prodi e uscendo dall’Aula nel momento del voto di fiducia al governo Letta. C’è già chi lo definisce «l’anti Renzi», seppure con il sindaco di Firenze abbia condiviso tutta la fase della «rottamazione». «Mi candido e lancio un manifesto contro il tatticismo. Se questo va contro le larghe intese, caro Enrico, ce ne faremo una ragione - ha detto Civati concludendo a Reggio Emilia il suo evento Politicamp - non capisco perché qualcuno insista nel dire che non mi candiderò, io mi candido perché c’è da ricostruire il centrosinistra: riportiamo con noi Sel. Se un dirigente del Pd va a una manifestazione Fiom non si deve sentire in imbarazzo mentre si governa con Berlusconi». Poi, sulle correnti: «Sono solo correnti di seggiole. Noi ci occuperemo di tutto il resto, della scelta degli argomenti, delle parole nuove». Se Civati, e con lui l’ala del Pd che guarda con maggiore interesse a sinistra, affila le armi, un altro candidato alla segreteria del partito, Gianni Pittella, vicepresidente vicario del Parlamento europeo blocca ogni fantomatica ipotesi di far candidare Renzi alle prossime europee. «Smettiamola di considerare l’Europa come un parcheggio per personalità da richiamare poi in servizio. Se ne sente parlare anche per Renzi. È intollerabile. L’Europa è il campo di gioco principale, non possiamo mandare gente che sta un anno e lascia. Finiamola con questa storia che i nostri Segretari sono gli "assassini" dei nostri Presidenti del Consiglio. Prodi non l’ha fatto cadere Veltroni, ma Mastella. Al Pd, serve un segretario forte. Se si elegge un candidato premier con un premier in carica, qual è il dramma? Se Renzi diventerà segretario, toccherà a lui nel 2015 fare nuove primarie per la premiership». Il nodo da sciogliere però è proprio questo. Eleggere un segretario forte è indispensabile per il Pd ma rischia di mettere in ombra, e dunque in pericolo, il presidente del Consiglio Enrico Letta, il quale una volta portato a termine il delicatissimo mandato affidatogli, non vorrà certo restare alla finestra. Nonostante Matteo Renzi abbia più volte ribadito il sostegno al governo e l’esigenza di un segretario forte alla guida del partito, appare scontato uno «scontro» a tutto tondo sulle e per le prossime elezioni. A chiedere di mettere il piede sull’acceleratore, l’ex senatore Pd, Enrico Morando: «Renzi non dia ascolto a D’Alema. Rompa gli indugi e si candidi alla segreteria del partito per cominciare a modellare un Pd a sua immagine e somiglianza», dice Morando, che invita il segretario Pd Guglielmo Epifani a non fare melina, indicando al più presto la data del congresso. «Penso che si stia commettendo un errore serio a non definire la data del congresso e penso che si stia commettendo un errore altrettanto grave lasciando intendere che le regole interne possano essere derogate, peraltro su decisione di un’assemblea nazionale che ha finito il suo mandato». Fissare un termine per il congresso, prosegue Morando, «intanto metterebbe fine alla situazione di incertezza che stiamo vivendo, perché costringerebbe i candidati alla segreteria a uscire allo scoperto, presentando le proprie mozioni congressuali, spostando il confronto dalle pagine dei giornali alle sezioni. Sarebbe un essenziale elemento di trasparenza, dove trasparenza non c’è e mi riferisco al tentativo di cambiare le regole secondo convenienza». Quella dell’attuale gruppo dirigente, attacca l’ex senatore Pd, è una «partita giocata male. Forse i vertici Pd ritengono, sbagliando, che accelerare un confronto chiaro tra iscritti e elettori del Pd non sia la cosa migliore per la stabilità del governo e la tenuta della maggioranza. Il partito invece dovrebbe rottamare il vecchio riflesso dei tempi andati. Mettere in piazza divisioni e distinzioni non va considerato un freno, ma è la precondizione per rinnovare il partito e il suo legame con l’elettorato e la società. Noi abbiamo uno statuto chiarissimo che dice che entro aprile andava fissata la data del congresso. Questo non è avvenuto ed è un errore molto grave. Non possiamo permetterci di far slittare la data delle assise». Fissare il congresso, in effetti, metterebbe fine alle diatribe personali e si comicerebbe, forse, a parlare di contenuti, ovvero sul modello di partito che si intende creare, su quali basi poggiare l’azione politica e dunque quali alleanze, in caso, andare a cercare. Parlare insomma delle vere, e uniche cose, che interessano gli elettori.

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