La Corte costituzionale ha dunque bocciato il riordino delle province che era stato previsto nei due decreti «Salva Italia» e «Spending Review»; lo scarno comunicato stampa con cui la Consulta ha reso nota la dichiarazione di incostituzionalità avverte che la censura mossa dai giudici costituzionali riguarda lo strumento normativo usato, il decreto legge appunto, che è «atto destinato a fronteggiare casi straordinari di necessità e urgenza», e pertanto «non utilizzabile per realizzare una riforma organica e di sistema quale quella prevista dalle norme censurate». Sarà necessario leggere la sentenza per avere tutti gli elementi per comprendere il percorso argomentativo della Corte, ma alcuni punti si possono fissare fin da ora. L'incostituzionalità dei due interventi che riducevano drasticamente le funzioni delle province e che le trasformavano in organi ad elezione indiretta, eliminando la giunta provinciale e sostituendo il consiglio provinciale con un ristretto gruppo di rappresentanti dei comuni del territorio provinciale - interventi che andavano incontro alla pressante richiesta della totale eliminazione delle province dall'ordinamento, realizzabile però solo attraverso una revisione costituzionale - sta a significare in primo luogo che la Corte ha voluto riconoscere a questi enti una loro propria valenza costituzionale. È, infatti, fuor di dubbio che tanto il Titolo V della Costituzione come scritto nel 1947, quanto la riforma operata con la legge cost. 3/2001, hanno dietro un disegno organico, un progetto, all'interno del quale la provincia si colloca con una sua specifica connotazione. La caratteristica dell'ente di area vasta in Italia è, infatti, quella di essere al contempo ente di governo autonomo, espressione del principio di autonomia tutelato dall'art. 5 della Costituzione, e circoscrizione di decentramento amministrativo statale, decentramento anch'esso favorito sulla base dell'art. 5 Cost. È anche grazie a tale caratteristica di ente «a doppia vocazione» che la Provincia ha in qualche modo disegnato il tessuto identitario della penisola. Certamente il proliferare del numero nel corso degli anni e la fumosità delle funzioni assegnate non hanno favorito una percezione positiva da parte dell'opinione pubblica di quel disegno costituzionale che pure esiste. La riforma bocciata dalla Consulta scardinava questo disegno e lo faceva sulla base di una presunta esigenza di necessaria ed urgente riduzione della spesa pubblica. Ma una riforma «organica e di sistema» - per usare le stesse parole del comunicato - non può essere dettata dalla urgenza. Non sembra dunque preclusa al legislatore la possibilità di intervenire con legge ordinaria, ma occorre che sia appunto una legge di riforma complessiva ad intervenire sul tema e che, in maniera ponderata e meditata, assegni alle province un congruo nucleo di funzioni, un'adeguata forma di governo ed una ragionevole revisione dei confini, così da renderle efficienti e non «inutili».
È necessaria una riforma di sistema
di Federica Fabrizzi La Corte costituzionale ha dunque bocciato il riordino delle province che era stato previsto nei due decreti «Salva Italia» e «Spending Review»; lo scarno comunicato stampa con...