Forse quel tweet di Enrico Letta «Ce l'abbiamo fatta!» è eccessivo nel suo entusiasmo. Gli allentamenti nei vincoli di bilancio annunciati dalla Commissione europea, e che ci riguardano come "paese virtuoso" (essendo rimasti sotto il 3 per cento di deficit), sono subordinati ai soliti paletti, com'è tradizione dell'Europa attuale. Non c'è nessun liberi tutti, non c'è tantomeno l'ok a rilanciare la crescita con altro debito, essendo giunti al record del 137 per cento sul Pil. Manca la "golden rule", cioè la possibilità di contabilizzare extra deficit gli investimenti strategici. Il tetto era e resta inchiodato al tre per cento. Ma allora che cosa c'è? Un po' più di flessibilità nel raggiungimento del pareggio strutturale di bilancio, oggi fissato nel 2014-2015. Saranno consentite "deviazioni", purché "collegate a spesa pubblica su progetti co-finanziati dalla Ue nell'ambito della politica strutturale e di coesione, delle reti trans-europee e della 'Connecting Europe Facility' con un effetto nel lungo termine positivo, diretto e verificabile". Resta insomma la sovranità limitata, per noi come per altri. Ma allora è una vittoria di Pirro? Non proprio. Una breccia nell'austerity si è aperta e spieghiamo perché. Il progetto Cen con traguardo nel 2030 ha un finanziamento europeo a carico della Bei di 50 miliardi, da utilizzare come leva per mobilitarne almeno 500. Ingloba iniziative esistenti come i corridoi di trasporti tipo la Tav, ma anche la razionalizzazione delle reti energetiche e ancora di più di quelle digitali. Se guardiamo la ripartizione delle risorse, 21,7 miliardi europei sono destinati ai trasporti, 9,2 al digitale, 9,1 all'energia e 10 a fondi di coesione sempre per infrastrutture. A questi, ogni singolo Stato dovrà aggiungerne altri di propria competenza per rispettare la tabella di marcia, ed è su questi che l'Europa concede un po' di elasticità. A condizione che presentiamo una lista, una tabella di marcia dettagliata e convincente. I corridoi che interessano l'Italia sono: la linea Torino-Lione, inserita nel progetto più ampio Lisbona-Kiev: la famosa Tav; la Genova-Rotterdam; il collegamento marittimo e ferroviario da Bari e Brindisi con Macedonia, Albania e Bulgaria (Varna sul Mar Nero); il collegamento ferroviario Berlino-Palermo. Così sembra un libro dei sogni: la Tav, l'unica opera che abbia i cantieri aperti, è ormai un problema di ordine pubblico; quanto alla Berlino-Palermo basta pensare allo stato delle ferrovie in Sicilia. Non meno futuribile può apparire la modernizzazione digitale. Prevede reti a banda larga ultraveloci ed una interconnessione europea, con obiettivo una rete universale a 30 mega ed il 50 per cento delle famiglie collegate, nel 2020, a 100 mega. Futuribile, però, non significa impossibile. Queste reti, ferroviarie e digitali, esistono in gran parte d'Europa: dunque perché in Italia no? Perché abbiamo un movimento di pseudo-ecologisti ancora asserragliati sulla soglia di Chiomonte? Perché da primo Paese al mondo nello sviluppo telefonico quale eravamo ai tempi della Stet, siamo passati a terra di conquista per gli stranieri, mentre la Telecom, con il fior fiore dell'imprenditoria privata che si è ritrovata tra gli azionisti, non è più in grado di investire e deve sperare nei soldi dei cinesi di H3G? L'Italia degli anni Sessanta, quella riccastra immortalata da Dino Risi nel "Sorpasso" ma anche quella sottosviluppata e indolente di Pietro Germini in "Sedotta e abbandonata", realizzò l'Autostrada del Sole, 761 chilometri, la maggiore d'Europa. Perché l'Italia bocconiana, delle larghe intese ed europea, non può essere all'altezza dei poveri ma belli di allora? Non solo. I fondi contro la disoccupazione giovanile ottenuti da Letta nel summit del 28 giugno, un miliardo e mezzo, definiti dal premier "una vittoria netta", sono anch'essi vincolati all'obbligo di attivare entro fine anno gli strumenti, pubblici e privati, per indirizzare effettivamente i ragazzi verso un lavoro; compreso il fatto che, come ovunque nel mondo, chi sceglie di fare il disoccupato decade dai benefici. Il succo, per le decisioni di ieri così come per quelle della settimana scorsa, è che l'Europa conferma sì di avere il braccio corto; ma ora tocca noi darci da fare e non sprecare queste (rare) occasioni.
Il governo non perda l’occasione
di Marlowe - Forse quel tweet di Enrico Letta «Ce l'abbiamo fatta!» è eccessivo nel suo entusiasmo. Gli allentamenti nei vincoli di bilancio annunciati dalla Commissione europea, e che ci riguardano...