Sono passati 33 anni, ci sono state diverse sentenze, eppure la polemica sulla strage di Ustica continua. La questione non è ancora chiusa, non può esserlo soprattutto per i parenti che da decenni si battono per sapere come si sono svolti i fatti. Se c’è qualcuno che sa e ha taciuto. Se ci sono paesi che sanno e che hanno impedito di conoscere la verità. Ci sono poi i gialli di radar mal funzionanti, di registri, di testimonianze. Ieri ci sono state le parole di fiducia del presidente del Senato Pietro Grasso, l’impegno di Giorgio Napolitano perché si accertino le responsabilità nazionali e internazionali rimaste coperte da «inquietanti opacità». Si arriverà alla verità? Era la sera del 27 giugno del 1980, un Dc9 della compagnia Itavia, partito da Bologna, doveva atterrare a Palermo, a bordo c’erano 81 persone. Sui cieli di Ustica, l’isola a poche decine di miglia dal capoluogo siciliano, il velivolo esplose in volo. Al mattino ai soccorritori apparvero alcuni corpi mutilati galleggianti, altri furono recuperati in seguito. Per 33 anni quella strage è stata al centro di indagini, polemiche, accuse, sentenze e tanti silenzi. O meglio tante verità si sono talmente confuse tra loro da far iscrivere anche quel disastro tra i misteri d’Italia. Così anche oggi le due tesi contrapposte sulle cause dell’esplosione trovano avvocati disposti a difenderle. Fu un missile o fu una bomba collocata all’interno dell’aereo? La tesi del cedimento strutturale fu la prima avanzata. Sotto accusa la vetustà del velivolo, la manutenzione, la capacità della compagnia Itavia di garantire voli sicuri. L’Itavia fu travolta dallo scandalo e chiuse. Ma in seguito la tesi del cedimento strutturale fu abbandonata. L’unica cosa accertata è l’esplosione. Ma se fosse stata una bomba all’interno, forse collocata nel bagno si sarebbe trattato di un attentato terroristico, dunque senza alcuna responsabilità del controllo aereo, senza alcun depistaggio e senza alcun coinvolgimento di Paesi stranieri. Una tesi minoritaria che però ha trovato e trova ancora dei sostenitori soprattutto quando si fa notare che il terrorismo non si faceva scrupoli di preparare stragi. Poco dopo Ustica, infatti, ci fu l’attentato alla stazione di Bologna. Altra singolare coincidenza, proprio da Bologna era partito il DC9 esploso. È la tesi rilanciata Carlo Giovanardi. «Dopo 33 anni si continua a negare l’evidenza sulla tragedia di Ustica, continuando ad alimentare l’immaginario collettivo con fantasiose storie di battaglie aeree e tradimenti dei militari italiani e governi alleati, mentre non si vuole scoprire chi e perché collocò la bomba a bordo». Il vero mistero di Ustica, afferma Giovanardi, è «questo accanimento ideologico verso amici ed alleati e la totale indifferenza verso il ruolo della Libia». Già la Libia. Ma proprio quel paese è stato tirato in ballo anche tra i sostenitori della tesi del missile che avrebbe dovuto colpire probabilmente un mig libico che aveva cercato riparo vicino all’aereo civile. Ci sono diverse testimonianze che nel tempo hanno parlato di una battaglia aerea nel Tirreno con un coinvolgimento dell’aviazione francese. Comunque quella notte i cieli erano affollati, non tutto è stato registrato dai radar e la nave Usa Saratoga era quasi cieca con i radar in manutenzione. Una storia incredibile. Comunque la Libia rientra sempre nella vicenda perché il 18 luglio un mig libico fu ritrovato sulle montagne calabresi della Sila. Era rimasto coinvolto nella battaglia aerea oppure, come si disse inizialmente, era un pilota in fuga da Gheddafi precipitato in Italia e comunque in epoca successiva al 27 giugno? L’impegno per la ricerca della verità su quella notte è alla base del’impegno dell’associazione delle vittime presieduta da Daria Bonfietti. A lei il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha rivolto un messaggio. «La costante dedizione con cui l’associazione da lei presieduta coltiva la memoria di quella tragica notte e delle innocenti vittime del disastro - si legge nel messaggio del Capo dello Stato - richiama il dovere di tutte le istituzioni di sostenere le indagini tuttora in corso per accertare responsabilità, nazionali e internazionali, rimaste coperte da inquietanti opacità e ombre». Napolitano parla cioè di quel muro di gomma che avrebbe ostacolato la ricerca della verità. Che siano ancora tante cose da accertare lo sostiene il presidente del Senato, Grasso. Ma Grasso si dice convinto che «il Parlamento saprà dare un prezioso contributo nella giusta direzione, utilizzando ogni strumento possibile per fare luce sulle ombre del nostro passato». Cancellare le ombre, questo è l’impegno. A dire il vero sono tantissimi anni che questo impegno trova mille ostacoli, e il passare del tempo non facilita la ricerca non di una verità, ma della verità. Ma dopo 33 anni, le famiglie di quelle innocenti vittime avrebbero bisogno almeno di questo.
Napolitano: «Basta ombre su Ustica»
Il Capo dello Stato scrive alle famiglie delle vittime per il 33°anniversario «Accertare le colpe nazionali ed estere per onorare la memoria dei morti»
